domenica 26 maggio 2019

Recensione: "La straniera" Claudia Durastanti Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato...
Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c'è una frattura che non verrà mai riempita. L'unica cosa che fa il tempo è portare con sé polvere ed erbacce, in modo che quella crepa venga ricoperta fino a trasformasi in un paesaggio diverso, lontano, quasi fiabesco, in cui si parla un idioma che non conosci, più credibile come l'elfico.
Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate, ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e tua madre, dopo anni in cui hai creduto che morire o impazzire fosse l'unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."







Ho scelto questo lungo estratto per sintetizzare l'essenza del libro:
"E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."
Claudia Durastanti in questo romanzo fa un profondo e personale lavoro di rilettura di se stessa e lo fa camminando  in mezzo alla polvere ed alle erbacce che il tempo costruisce sulla sua storia per ritornare mano mano alle origini, al padre ed alla madre e ritrovare  attraverso loro se stessa.


Trama:
La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato". Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall'infanzia al futuro, il nuovo libro dell'autrice di "Cleopatra va in prigione" è un'avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della "Straniera" vive un'infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui. "La straniera" è il racconto di un'educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.


Il libro inizia dalle origini, la scrittrice ci racconta del modo in cui i suoi genitori, entrambi sordi ognuno con la sua versione, si sono incontrati, parla della loro infanzia, dell'emigrazione in America, del  ritorno in Italia, del divorzio e poi ancora della sua di infanzia, quella della scrittrice, dell'adolescenza e via via fino ad arrivare ai giorni nostri.
Attraverso la disamina della vita della  famiglia la scrittrice ci mostra come ciò che siamo oggi non è  altro che "l'eco di una mitologia anteriore".

La scrittura scorre veloce. Brevi capitoli, in cui gli eventi, i sentimenti, i ricordi, le testimonianze, la ricostruzione delle figure colorite che hanno dato vita all'albero genealogico della Durastanti si alternano senza una logica per il lettore. L'unico filo guida è  il flusso interiore, l'eco che la Durastanti piega alla scrittura e viceversa.

Un flusso interiore segnato da un elemento costante e onnipresente nella vita della Durastanti: la disabilità dei genitori. 
"I disabili - qualsiasi parola per definirli è insufficiente, inadeguata - sono una maggioranza nascosta: nonostante le macchine e le protesi intente a provare che la morte non esiste, quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria. L'incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l'impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un'eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili prima o poi." 


Sin dalle prime pagine ho cercato di trovare delle risposte a due domande:  come due genitori sordi possono crescere i loro figli nati senza tale disabilità e come i figli possono assorbire ed a loro volta vivere la disabilità dei genitori? 

Se da un lato troviamo due genitori che  nella loro disabilità non si fanno tanti problemi  su come seguire i loro due figli  o meglio su come non seguirli, vivendo ognuno i personali eccessi ed anche i limiti dettati dalla sordità con un orgoglio che a volte cade nell'arroganza,   dall'altro c'è una Durastanti bambina che tornata nella scuola italiana - vive la prima infanzia a Brooklyn dove nasce - viene mortificata per la sua autosufficienza: "sapevo leggere spedita, ma ogni tanto  inserivo degli errori di pronuncia perché avevo intuito cosa mi sarebbe successo se non mi fossi sbagliata almeno un pò: già venivo da un'altra parte e non ne avevo diritto, andare anche bene a scuola sarebbe stato un affronto."  Così inizia a ignorare la scuola elementare a fare "cento assenze l'anno"  ma non viene punita con la bocciatura bensì compresa  perchè "ero la figlia della muta".
Ed ecco come la disabilità della madre, erroneamente definita muta quando è sorda "quelli della vecchia generazione la chiamavano "la muta" anche se parlava fin troppo e non era per niente timida" incide nella vita della scrittrice: la porta lontana dalla scuola nascondendosi nella soffita dove passa tutto il tempo a leggere mentre la madre le firma le giustificazioni, la immerge nella lettura,  le permette di non perdere un anno scolastico, la avvicina alle parole.

La disabilità incide nella vita del fratello che tornato in Italia trova un modo diverso di affrontare la loro spravvivenza.  Lui e la sorella  avrebbero dovuto essere bravi a scuola, andare a messa, essere rispettosi delle regole morali e civili, non fumare, come la madre, farsi vedere accanto a quest'ultima il meno possibile. Perchè come gli dice il fratello:  "Hanno già deciso cosa diventeremo: io un delinquente e tu una ragazza volgare, dobbiamo cambiare le cose."

La vita dei genitori incide su quella dei figli e se l'uno decide di prendere le distanze per riscattare se stesso, l'altra sceglie una via che a tratti imita gli eccessi della madre e del padre.
 Ma del resto chi non ha "una disabilità" nella propria famiglia.  La disabilità è il non amore, un'educazione improntata sul non esistere, non essere, una vita passata pensando di non avere diritto, le violenze, la rabbia.
Siamo tutti figli di una disabilità e ce la portiamo dentro, nel sangue, detta le nostre scelte ed i nostri schemi di vita. Siamo tutti l'eco di una mitologia anteriore, figli di un padre ed una madre in una colata lavica continua.

Non ho particolarmene amato questo libro, anzi, in alcuni  tratti ho avuto difficoltà a tenere insieme tutta questa colata lavica di vita, tutto, troppo insieme ciò non toglie  il riconoscimento del grande lavoro che ha fatto la scrittrice.
La forza ed il coraggio della Durastanti è stato non solo conoscere e prendere consapevolezza del suo vissuto ma anche offrire tutto questo al pubblico dei lettori.




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