giovedì 13 giugno 2019

Letture: "Fedeltà" Missiroli Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."





La frase che ho scelto per riassumero il libro è quella che di colpo ha spostato il mio punto di vista: Missiroli non ci parla solo della fedeltà nella coppia, come sarebbe facile pensare, ma anche e soprattutto della fedeltà o infedeltà verso noi stessi.  La fedeltà o infedeltà, sono le due facce della stessa medaglia con cui devono fare i conti i personaggi del romanzo,  scavando, ognuno a suo modo nelle intenzioni, nei desideri, nei pensieri, nelle contraddizioni delle loro vite.
La prima cosa che mi ha colpito  è la struttura del romanzo. Missiroli divide la storia, le 224 pagine, in due parti. Due parti divise da una pagina bianca e da  nove anni di differenza. Se all'inizio questa struttura mi ha un po' spaventato poi l'ho apprezzata. I personaggi raccontano ognuno il proprio mondo in una continuità di pensieri, azioni, sentimenti che si susseguono, si intersecano tra di loro come un reticolato di strade. Il presente ed il passato di Margherita e Carlo, di Andrea, di Anna, di Sofia si sovrappongono, si incontrano, si susseguono, impossibile dividere il flusso in capitoli.


Tutto prende avvio dal "malinteso" così viene chiamato l'evento che coinvolge Carlo scoperto al bagno dell'Università con un'alunna in atteggiamenti equivoci. Nel corso della storia questo malinteso diventerà "paturnia, sospetto, incomprensione". L' elemento costante che mi ha fatto riflettere durante tutto il romanzo è che nonostante gli eventi non viene mai messo in discussione l'amore che Carlo e Margherita provano l'uno per l'altra, la sintonia dei loro corpi che sanno viversi.

Margherita dice: "Del resto, cosa avrebbe tolto un corpo nuovo al suo matrimonio? Quanto detestava la psicologia da due soldi: riportare il tradimento all'infelicità." Carlo dice: "Margherita era la felicità, lui lo avvertiva con certezza. Ma ora avvertiva anche una zona Franca venuta a delimitarsi in modo insolito, capriccioso, inconfutabile... Si era domandato se il fattore scatenante fosse una stanchezza del suo matrimonio, era arrivato alla conclusione di volerla finire con questa storia della compensazione affettiva. "



 




Margherita è una donna che sa ben agire nel suo lavoro di agente  immobiliate, ma che spesso si ferma, prende il telefono e chiama Carlo per essere rassicurata, per essere guidata, come faceva il padre che la riportava sulla giusta rotta. Quando il treno della sua vita poteva deragliare il padre l'ammoniva dicendo:"fai lo scambio giusto per te." Anche se "lo scambio giusto per lei era sempre stata la direzione degli altri". Margherita comprende quanto un desiderio inappagato può rimanere nel presente costantemente e quanto invece il contrario porta sazietà, compiutezza: "l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."

Carlo è il personaggio in cui ho trovato più contraddizioni. È capace di rassicurare ma non sa rassicurare se stesso, vive di lavori precari e fino alla fine sarà alla ricerca di una stabilità.  Carlo da la rotta a Margherita, ogni volta che lei né ha bisogna, ma non sa darsi una rotta. Di lui sappiamo che: "del futuro con Margherita non aveva mai dubitato" lei lo rende felice, ma scopre dentro di sé una zona dove il desiderio va oltre il matrimonio. Un uomo incompiuto  come lo definisce il padre: "un figlio con l'indole della rinuncia: il capitale ad alto rischio" che diventa ciò che vede il padre, perché spesso noi siamo il riflesso dei nostri genitori. 
Che vive godendo dell'immaginazione, "lui era questo, fermarsi l'attimo prima, questo godere delle immaginazione, lambire le rese dei conti e rifugiarsi subito nel focolare domestico."


Intorno a loro gli altri personaggi.  La mamma di Margherita, Anna, che ho amato, anche lei alle prese con interrogativi, desideri mancati ed appagati da altro, riflessioni sulla vita che è stata e su un matrimonio consumato, la figura con meno contraddizioni che in una delle tante riflesdioninafferma: "i matrimoni possono essere fastidiosi". 

Andrea, il fisioterapista,  che per me è stata la figura più inquietante, ma anche quella verso cui ho provato tanta tenerezza. 
Sofia, la giovane ragazza protagonista del "malinteso" con un trauma familiare, complessa e contraddittoria nella sua giovane età. 
Ed una casa, la Concordia, voluta, desiderata, comprata, uno spazio di 120 metri quadri che fa da sfondo e che diventa anch'essa, in qualche modo, protagonista.

Ho molto apprezzato il romanzo di Missiroli, sia per lo stile che per i temi che affronta, che inevitabilemte portano a porci domande.

Alla fine credo che le storie di Anna, Carlo, Margherita, Sofia sono un inno alle contraddizioni che ognuno di loro è ognuno di noi si porta dentro.



domenica 26 maggio 2019

Recensione: "La straniera" Claudia Durastanti Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato...
Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c'è una frattura che non verrà mai riempita. L'unica cosa che fa il tempo è portare con sé polvere ed erbacce, in modo che quella crepa venga ricoperta fino a trasformasi in un paesaggio diverso, lontano, quasi fiabesco, in cui si parla un idioma che non conosci, più credibile come l'elfico.
Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate, ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e tua madre, dopo anni in cui hai creduto che morire o impazzire fosse l'unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."







Ho scelto questo lungo estratto per sintetizzare l'essenza del libro:
"E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."
Claudia Durastanti in questo romanzo fa un profondo e personale lavoro di rilettura di se stessa e lo fa camminando  in mezzo alla polvere ed alle erbacce che il tempo costruisce sulla sua storia per ritornare mano mano alle origini, al padre ed alla madre e ritrovare  attraverso loro se stessa.


Trama:
La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato". Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall'infanzia al futuro, il nuovo libro dell'autrice di "Cleopatra va in prigione" è un'avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della "Straniera" vive un'infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui. "La straniera" è il racconto di un'educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.


Il libro inizia dalle origini, la scrittrice ci racconta del modo in cui i suoi genitori, entrambi sordi ognuno con la sua versione, si sono incontrati, parla della loro infanzia, dell'emigrazione in America, del  ritorno in Italia, del divorzio e poi ancora della sua di infanzia, quella della scrittrice, dell'adolescenza e via via fino ad arrivare ai giorni nostri.
Attraverso la disamina della vita della  famiglia la scrittrice ci mostra come ciò che siamo oggi non è  altro che "l'eco di una mitologia anteriore".

La scrittura scorre veloce. Brevi capitoli, in cui gli eventi, i sentimenti, i ricordi, le testimonianze, la ricostruzione delle figure colorite che hanno dato vita all'albero genealogico della Durastanti si alternano senza una logica per il lettore. L'unico filo guida è  il flusso interiore, l'eco che la Durastanti piega alla scrittura e viceversa.

Un flusso interiore segnato da un elemento costante e onnipresente nella vita della Durastanti: la disabilità dei genitori. 
"I disabili - qualsiasi parola per definirli è insufficiente, inadeguata - sono una maggioranza nascosta: nonostante le macchine e le protesi intente a provare che la morte non esiste, quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria. L'incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l'impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un'eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili prima o poi." 


Sin dalle prime pagine ho cercato di trovare delle risposte a due domande:  come due genitori sordi possono crescere i loro figli nati senza tale disabilità e come i figli possono assorbire ed a loro volta vivere la disabilità dei genitori? 

Se da un lato troviamo due genitori che  nella loro disabilità non si fanno tanti problemi  su come seguire i loro due figli  o meglio su come non seguirli, vivendo ognuno i personali eccessi ed anche i limiti dettati dalla sordità con un orgoglio che a volte cade nell'arroganza,   dall'altro c'è una Durastanti bambina che tornata nella scuola italiana - vive la prima infanzia a Brooklyn dove nasce - viene mortificata per la sua autosufficienza: "sapevo leggere spedita, ma ogni tanto  inserivo degli errori di pronuncia perché avevo intuito cosa mi sarebbe successo se non mi fossi sbagliata almeno un pò: già venivo da un'altra parte e non ne avevo diritto, andare anche bene a scuola sarebbe stato un affronto."  Così inizia a ignorare la scuola elementare a fare "cento assenze l'anno"  ma non viene punita con la bocciatura bensì compresa  perchè "ero la figlia della muta".
Ed ecco come la disabilità della madre, erroneamente definita muta quando è sorda "quelli della vecchia generazione la chiamavano "la muta" anche se parlava fin troppo e non era per niente timida" incide nella vita della scrittrice: la porta lontana dalla scuola nascondendosi nella soffita dove passa tutto il tempo a leggere mentre la madre le firma le giustificazioni, la immerge nella lettura,  le permette di non perdere un anno scolastico, la avvicina alle parole.

La disabilità incide nella vita del fratello che tornato in Italia trova un modo diverso di affrontare la loro spravvivenza.  Lui e la sorella  avrebbero dovuto essere bravi a scuola, andare a messa, essere rispettosi delle regole morali e civili, non fumare, come la madre, farsi vedere accanto a quest'ultima il meno possibile. Perchè come gli dice il fratello:  "Hanno già deciso cosa diventeremo: io un delinquente e tu una ragazza volgare, dobbiamo cambiare le cose."

La vita dei genitori incide su quella dei figli e se l'uno decide di prendere le distanze per riscattare se stesso, l'altra sceglie una via che a tratti imita gli eccessi della madre e del padre.
 Ma del resto chi non ha "una disabilità" nella propria famiglia.  La disabilità è il non amore, un'educazione improntata sul non esistere, non essere, una vita passata pensando di non avere diritto, le violenze, la rabbia.
Siamo tutti figli di una disabilità e ce la portiamo dentro, nel sangue, detta le nostre scelte ed i nostri schemi di vita. Siamo tutti l'eco di una mitologia anteriore, figli di un padre ed una madre in una colata lavica continua.

Non ho particolarmene amato questo libro, anzi, in alcuni  tratti ho avuto difficoltà a tenere insieme tutta questa colata lavica di vita, tutto, troppo insieme ciò non toglie  il riconoscimento del grande lavoro che ha fatto la scrittrice.
La forza ed il coraggio della Durastanti è stato non solo conoscere e prendere consapevolezza del suo vissuto ma anche offrire tutto questo al pubblico dei lettori.




domenica 19 maggio 2019

Recensione: "Città irreale" Cristina Marconi - Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Tutto per colpa di quella Alina... All'inizio, ovviamente, era stato diffidente, non tanto perché fosse straniera, ma perché c'era in lei qualcosa che non capiva, come se fosse alle prese con un'avventura personale in cui loro erano solo personaggi secondari...
Macca, da scozzese, sapeva meglio dei suoi amici inglesi cosa significasse avere un'identità forte. Poteva abitare ovunque, ma per lui casa era sempre e solo il palazzo nero di famiglia nel centro di Edimburgo. Chissà dove la situava lei, casa sua."




Questa è Alina, la protagonista del sorprendente libro di  Cristina Marconi.
Alina si trasferisce a Londra molto giovane per liberarsi da un paese, l'Italia, che le sta stretto, per ribellarsi alla situazione tutta italiana dove "l'essere giovane, appariva più come una pena da scontare che come una condizione irripetibile da cui trarre tutto il possibile".

E da Londra, dove vive e lavora Alina  inizia la sua ricerca di identità. 
Alina è una donna dei nostri tempi che si interroga su quale sia il suo posto nel mondo, vuole appartenere a qualcosa ed invidia chi sa dove è casa perché lei questa senso di casa non riesce a trovarlo:"seguire alcuni miei vecchi amici o vecchi contatti che mi ero fatta per lavorare a Roma e sentirli raccontare della città con una normalità che invidiavo.... Quello era il loro posto, il teatro unico della loro vita, mentre io avevo rimescolato tutte le mie carte e ora non sapevo più cosa a cosa appartenere, a cosa essere leale. Li invidiavo, ma non sapevo imitarli"
Alina è italiana  ma rifiuta con forza e volontà la sua italianità.
Alina è  londinese ma a Londra  si sente comunque straniera.

Cristina Marconi con questo libro ci offre delle splendide pagine di riflessione. Pagine  cariche di temi  che non possono non portare il lettore a porsi delle domande.

Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno fatto innamorare di questo romanzo.
Il primo è la prosa ricca. In più occasioni l'autrice utilizza delle associazioni di immagini lontane dal concetto che vuole esprimere ma  che appena finite di leggere  calzano a pennello. Una per tutte quando descrive la bellezza mozzafiato della compagna di Alastir, il fratello del suo fidanzato Iain: "Avevo visto donne con più fascino, donne più appariscenti, volti più sorprendenti, ma non avevo mai visto nessuno di cui pensassi che anche solo un teschio, se ritrovato tra un milione di anni avrebbe rivelato senza margine di errore una bellezza fuori dal comune"

Il secondo elemento che ho apprezzato è stato l'utilizzo delle due tecniche di narrazione.
La narrazione in prima persona è riservata ai capitoli di Alina, la narrazione in terza persona invece riguarda Iain, il compagno inglese di Alina e gli altri personaggi. 
Non ho letto molti libri in cui sono presenti le due tecniche narrative e devo dire che l'autrice  con questa scelta  ha saputo creare nel lettore una linea immaginaria lasciando ad Alina il posto principale, la narrazione in prima persona permette di calarsi nel personaggio con maggiore facilità lasciando gli altri in secondo piano.

Invece ho fatto un pò di fatica a seguire l'arco temporale del romanzo che va dal 1999 al 2014. I capitoli si susseguono in archi temporali non necessariamente consequenziali, sopratutto all'inizio quando Alina e Iain ancora non si conoscono ed i loro due mondi sono divisi. 
Se da un lato questo fattore mi ha disorientato, dall'altro ha lasciato un mistero sul possibile finale perché andando avanti ed indietro negli anni non sono riuscita ad immaginare una conclusione  ed ho trovato questa condizione  stimolante.


           
La ricerca dell'identità di Alina viaggia nelle pagine attraverso le descrizione che fa della città in cui vive ed il ricordo di Roma.
"Se avevo lasciato Roma era solo per  amore della tentacolare Londra" 


Alina è sicuramente "innamorata" della logica londinese, un amore dettato dalla razionalità e dal rifiuto della decadenza italiana e romana. 
Londra è la città delle possibilità, dove tutto si semplifica, dove il lavoro scorre veloce e ad un licenziamento si sostituisce subito un nuovo impiego. 
Londra è la città delle regole non scritte, dell'individualità e di un ordine sociale totalmente diverse dal resto d'Europa e soprattutto diametralmente opposto all'Italia:  "Londra era diventata il grande specchio dentro cui l'Europa misurava i suoi fallimenti."
A Londra i giovani e non solo, possono pensare e creare il futuro invece di vivere nelle rovine del passato, perché Londra sa rinnovarsi e crescere. 

Ma Alina descrive anche una Londra fatta di case tutte uguali e di uomini e donne tutti uguali. Le persone che incontra tutti i giorni nella metro, l'andare e venire costante e sempre uguale crea "un tipo umano, non una persona singola, ripetuto all'infinito". 
Londra è fatta di chiacchiere allegre al pub dove non si parla male di qualcuno e non si fanno pettegolezzi ma quando e se accade l'importante è farlo con eleganza. In queste chiacchiere con poco colore Alina  vede delle prove di autorevolezza "erano spesso gli uomini a raccontare e le segretarie a ridere più forte, in una dinamica che pensavo estinta da tempo nei paesi del nord"

Alina si trasferisce a Londra per impararne la logica, la vita, le regole per diventare inglese "L'unica possibilità era trasferircisi, approfittarne per un periodo e decidere cosa fare una volta che, nella pulsante città si era imparato a fare come gli inglesi" 
Ma non riesce ad essere come gli inglesi, fluidi, in continuo movimento,  lei vuole lasciare il segno indelebile sulla città e può farlo solo cercando di non mollare mai la presa.  Per questo deve rimanere aggrappata, non sa fare altro perché se molla allora perderà tutto perché l'italianità che è in lei le dice che se mollerà non potrà ricostruire tutto mille volte.
Alina va  a Londra per imparare  il modo in cui gli inglesi sanno rinnovarsi e nello stesso  tempo non riesce a liberarsi dal senso di precarietà ed immobilità  tutto italiano.

E' la Roma della sua infanzia, quella in cui è cresciuta a lasciarle impresso come un tatuaggio  il senso di precarietà.

Roma è la città vista con gli occhi da bambina pieni di incanto ed amore ma è anche la città che ti toglie il futuro, che ti fa piangere per la miseria in cui è caduta. Roma è una trappola che rende le persone infelici  "che strappava loro proprio quella solennità e quell'umanità che mi incantava e nel cui culto era cresciuta." 
Roma tiene fermi i genitori ed il fratello di Alina, soprattutto quest'ultimo come tanti altri giovani,  con mille lavori precari per arrivare a fine mese.  
Roma "non si era saputa rinnovare e quindi non si era saputa conservare, ed era  rimasta così"
"Forse ci volevo tornare da straniera, senza responsabilità, senza dover fare la mia parte"


Alina nella sua scelta ragionata di lasciare Roma sceglie di fuggire  perché "non riuscivo a vederla  cadere, caduta". 
"Roma con i suoi androni umidi, quelle case tutte diverse, almeno per me, tutte piene di mistero, i suoi parchi un pò sporchi ma inarrivabili, la profonda umanità dei suoi abitanti, le battute fulminanti, lo spirito dissacrante, era stato un luogo amatissimo"
Sceglie Londra ma  in questa città non riesce ad amalgamarsi forse perché  non trova  quella che l'amica italiana definisce "la guazza italiana.... il modo assurdo di fare le cose che si ha qua"

E allora dove trovare la propria identità?  Qual'è la città irreale Roma, decaduta non al passo con i tempi, complessa o Londra regolata da una lucida razionalità , semplice, dove tutto è ordinato, incolore fino all'inverosimile?
Le risposte, al lettore attento,  arriveranno nelle ultime pagine attraverso un ricordo, un'immagine, un riflesso che l'autrice sa renderci in modo affatto scontato.