giovedì 12 settembre 2019

"La Porta" Magda Szabó

"Emerenc non ha bisogno di una vita qualunque. Emerenc ha bisogno della sua vita. Quella che ormai non c'è più"



La trama


È un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredàs, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche. La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell'alone di mistero che ne circonda l'esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare. In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell'anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti più drammatici del Novecento.


Cosa ne penso 


Devo subito dire che questa lettura mi ha coinvolto tenendomi attaccata alle pagine. Inizialmente ho fatto fatica perché la scrittrice usa  pochissimi dialoghi, tutto quello che i personaggi si dicono viene spesso riassunto come se non si trattasse di un dialogo bensì di une descrizione. Lasciata la titubanza iniziale, che dura qualche pagina, si entra immediatamente in intimità con il libro e non si potrà fare a meno di leggere e leggere per scoprire la storia e dissipare l'alone di mistero che imbriglia il lettore già con la prima confessione della voce narrante:

"Nella mia fede non esiste la confessione individuale, noi riconosciamo di essere peccatori per bocca del pastore e di meritare il castigo perché abbiamo infranto in ogni modo possibile i comandamenti. E riceviamo il perdono senza che Dio esiga da noi spiegazioni o particolare. Io invece li fornirò"

La confessione non è altro che la ricostruzione del rapporto complesso tra le due protagoniste: la scrittrice ed Emerenc. 
Un rapporto fatto di attacchi e gentilezze, di incomprensioni, di attenzioni ed allontanamenti di amore mai espressamente dichiarato. 
Io stessa ho provato sentimenti ambivalenti per l'una e per l'altra, in modo alternato e mai univoco. 
Mi sono lambiccata il cervello per comprendere il perché di alcuni comportamenti da una parte e dall'altra senza trovare immediatamente risposte. Così mi sono disposta con l'animo in ascolto per cogliere ogni sfumatura che l'autrice ci offre nelle pagine in cui emerge con prepotenza e delicatezza, in un gioco dei contrari, la figura di Emerenc, l'anziana signora, provata dagli eventi, con un segreto da tenere ben nascosto. 

Emerenc arriva nella grande casa, dove si sono da poco trasferiti la scrittrice ed il marito, per occuparsi di tutte le attività domestiche, oltre a svolgere il lavoro di portierato nel quartiere in cui vive. 

La Szabó costruisce con le parole uno splendido ritratto di Emerenc e subito appare chiaro al lettore che questo personaggio è scomodo. Emerenc ci obbliga ad uscire dalla comodità del nostro pensiero per condurci verso un mondo apparentemente incomprensibile ma che si rivelerà  fedele a sé stesso, integro ed incredibilmente semplice:

"Si prese cura di noi per oltre vent'anni, ma i primi cinque stabilì una distanza di sicurezza che non potevano oltrepassare"

"Il mondo di Emerenc ammetteva solo due categorie di uomini, chi maneggia la scopa e chi non lo fa, e da chi non scopa ci si può aspettare di tutto."

"Emerenc era nata Mefistofele, negava tutto."

"Emerenc, con la fronte perennemente coperta, con il viso liscio come la superficie di un lago, non aveva mai chiesto niente a nessuno, bastava sempre a sé stessa, così si era accollata i pesi degli altri senza mai dire quello che pesava a lei." 


In questo quadro un ruolo importante hanno gli animali che offrono al lettore una faccia dell'amore di Emerenc. 
Un cane trovato dalla scrittrice e dal marito in un giorno di neve che Emerenc chiamerà Viola, nonostante sia un maschio. Viola viene salvata dalla scrittrice, vivrà con lei ma sarà in simbiosi con Emerenc che lo educherà a modo suo. Viola è spesso l'oggetto di discussione tra le due e motivo di gelosia da parte della scrittrice, per la devozione incondizionata di Viola ad Emerenc. 
Ed i gatti ben otto che vivono con Emerenc, la loro salvatrice, custodendo il segreto. 

Perché Emerenc ha un segreto: non apre a nessuno la porta della sua casa,  lo farà solo alla scrittrice, per cui proverà un amore forte, viscerale paragonabile a quello tra una madre ed una figlia e questo amore sarà la causa dell'evento drammatico  che le colpirà involontariamente. 
Il modo di amarsi di entrambe è sempre inconciliabile, mai armonico, ognuna con il proprio bagaglio di vita troppo ingombrante per farle avvicinare, che le tiene emotivamente distanti. 

L'apertura della porta sarà la dichiarazione d'amore e di totale fiducia di Emerenc e la dichiarazione d'amore della scrittrice che si fa aprire per salvare l'anziana donna, che decide di varcare quella soglia e di entrare nel mondo di Emerenc ma senza averlo prima compreso pienamente. 

Questo gesto che sembra l'unico momento di incontro tra le due sarà anche il punto di non ritorno, una linea immaginaria che divide in due il libro e ci da la chiara portata della splendida scrittura della Szabó. 



La porta è un simbolo carico di significati che conduce il lettore a diverse riflessioni. 

La porta chiusa è il simbolo del limite che non deve essere oltrepassato per evitare di perdere definitivamente il rispetto per l'altro.
La porta chiusa preserva la vita, la forma di vita che Emerenc ha scelto per sè.
La porta aperta, chiusa è il simbolo delle scelte che ognuno fa, per sè, per l'altro e che inevitabilmente portano ad un cambiamento, anche se la portata del cambiamento non è chiaro finché non si sceglie e sarà per le protagoniste devastante, sarà una sconfitta.
La porta divelta è il simbolo del fallimento di tante azioni fatte in nome di quell'amore che dovrebbe essere protetto, custodito, rispettato con delicatezza e profonda comprensione e non violentato, usurpato, devastato. 
L' assenza della porta è il simbolo del tradimento che viene perpetrato in nome dell'amore.

"Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevano distrutto l'intelaiatura che reggeva la sua esistenza e la leggenda aleggiante intorno al suo nome."

Scoprire questa autrice mi ha reso più ricca. 
Un libro unico ed imperdibile scritto in modo impeccabile, di cui consiglio caldamente  la lettura. 

domenica 18 agosto 2019

"La custodia dei cieli profondi" di Raffaele Riba - Premio biblioteche di Roma 2019 - sezione narrativa


"Tuttavia, capire cosa succede in cielo sarà più facile che ricostruire cosa è successo qui, su questa porzione di terra che, una volta, aveva una densità di persone e di legami che ne facevano una casa. Questa è una sapienza da raggiungere studiando il dolore, qualcosa che ha a che fare con la dispersione." 





La trama qui 


Cosa ne penso

Ho deciso di leggere questo libro,  come per "La botanica delle bugie", perché fa parte dei sei libri del  "Premio biblioteche di Roma 2019"   sezione narrativa.
Mi sono avvicinata al romanzo con un po' di diffidenza perché letta la trama non né sono rimasta colpita e perché  l'idea  di leggere qualcosa che si collega all'astronomia, che  occupa un posto di rilievo nel romanzo, mi ha fatto storcere il naso. Poi nel corso della lettura mi sono ricreduta, almeno in parte.

Il libro è il racconto in prima persona di Gabriele, un racconto che da subito non è semplice, non è comodo per chi legge perché Gabriele affronta un tema profondo, complesso e permettetemi il termine ineluttabile: la dispersione.

Il racconto di Gabriele che si sviluppa con dei passaggi repentini, segnati al lettore da un evidente cambio di paragrafo,  dal presente al passato, dall'interiorità alla descrizione dei puri fatti, non è altro che una ricostruzione del processo di dispersione che investe ogni cosa in ogni dove e prima davanti a tutto la dispersione del suo legame di fratellanza che sembra dissolversi piano piano senza che lo stesso protagonista se ne renda conto.

La ricostruzione degli accadimenti è inesorabile e necessaria direi per spiegare l'evento finale che rimane tale fino alle ultime pagine ma che è anche il punto di non ritorno da dove ha inizio la storia. 

Il racconto  inizia dall'origine nel "tempo anteriore", così lo intitola Riba il primo capitolo,  con la descrizione della nascita della casa di famiglia, Cascina Odessa costruita dal nonno di Gabriele, dove Gabriele ed il fratello minore Emanuele insieme al padre ed alla madre hanno vissuto la loro infanzia, l'adolescenza fino all'inizio dell'università. 
Una casa piena di ricordi e di vita: "Ho abitato Cascina Odessa per più di trent'anni, salvo qualche breve intervallo. Io derivo da questo posto e per ogni cosa fatta dopo sono partito da qui.... Voglio solo dire che la casa è pelle, che la casa è cognizione, che la mia casa è un modo che ho per dire qualcosa di me". 
E inizia anche con l'arrivo di una supernova che crea un cielo con due soli, sospendendo il tempo ed il ciclo circadiano. 
La casa è la supernova sono  presenti, quasi come due protagonisti, nel racconto che fa Gabriele. 




La dispersione è il tarlo, la costante nei pensieri di Gabriele: la dispersione della sua famiglia, la dispersione della casa, la dispersione dell'energia  che avviene attraverso le cose umane, la dispersione delle relazioni, la dispersione del rapporto di fratellanza con Emanuele così fortemente sentito: 
"Mio fratello mi ha pacificato e calmato quando lo vedevo piccolo e armonico, mi ha reso apprensivo quando a distanza lo vedevo interagire con il mondo, mi ha fatto pensare di poter morire per lui, mi ha reso nervoso fino allo stremo, mi ha reso furioso, mi ha reso violento e cattivo. Ogni sentimento una diversa frequenza di battito. Sembra strano che sia accaduto tutto nello stesso cuore" 



Ma soprattutto la dispersione di Gabriele: 
"All'inizio mi hanno chiamato figlio, poi fratello, poi il Custode; infine l'Eremita o il Matto. E' stato un processo lento e graduale, questo disperdersi verso il non me.."

La dispersione narrata da Raffaele Riba è un fatto concreto, in questo devo fare i complimenti allo scrittore per aver saputo rendere così tangibile, reale un processo intoccabile, inconsistente eppure così presente sotto gli occhi di tutti nei gesti quotidiani. 
La narrazione crea spesso un tempo denso, come dice lo stesso Gabriele quando va a ricordare: "un tempo che mi sembra denso da morire" un dolore palpabile. Immergermi nella lettura mi ha fatto cadere ogni volta in questa sensazione densa, mi sono invischiata nella malinconica solitudine di Gabriele, nel suo percorso  del dolore.

Ma la dispersione è anche il processo che  fa risaltare l'attaccamento e la necessità di resistere attraverso la cura: 
"La cura, già, ci ho riflettuto spesso questi ultimi tempi. E sono arrivato a pensare che sia un segreto che infatti non viene tramandato di bocca in bocca. Va di pena in pena. Le persone che curano - animali, piante o una scala - sono le uniche resistenze di cui il mondo dispone contro la dispersione."

Gabriele diventa così il Custode di ogni elemento che riguarda la sua Vita. In primo il Custode della casa, visto che Emanuele se ne andrà per studiare e tornerà sempre meno. Il Custode dei ricordi, dei legami passati in una lotta invincibile e ossessiva contro la dispersione, come Sisifo:
 "Ti sei sforzato, hai mantenuto, ti sei opposto all'usura, al tempo, alle condizioni avverse. Hai remato contro, hai manomesso il disordine cercando uno schema umano, quello della pulizia, della geometria e della preservazione. Ma eri destinato a fallire..."
Perché la cura preclude che ci sia qualcuno con cui condividere, qualcuno che né benefici, qualcuno che né prenda parte, altrimenti tutto è vano: 
"Ho costruito una scala di pietre e cemento, ho rivoltato il terreno ogni anno, ho fatto crescere un coltivato migliore. Ho preso degli animali  al mercato di Fossano. E' stato così perché così doveva essere, perché credevo che anche  il posto in cui si vive avesse bisogno di una generazione che ne segue un'altra. E che migliora... Ma ci deve essere qualcuno che lotta con te o che ne benefici. Altrimenti sei il Matto che continua a spazzare delle scale su cui non salirà più nessuno."

Così quando Gabriele si rende conto di essere solo, quando anche il rapporto di fratellanza cede con un ultima decisione  di Emanuele, Gabriele si arrende:
"Ora però non è più tempo di lottare contro il disordine" e "Così ho mollato tutto. E ho avuto chiara la mia vita. Dov'era cominciata. La fratellanza. Dove era andata a depositarsi. La custodia. E infine dove sarebbe andata a finire: il cedimento, la resa..."


Devo ammettere che questa lettura mi ha coinvolto, mi ha fatto riflettere e mi ha sospeso in un tempo dedicato alle  domande  interiori. Questo tempo iniziava ancora prima dell'atto di leggere, nell'istante esatto del prendere in mano il libro  e prepararmi all'immersione. 
Un libro che non consiglierei a tutti perché  porta inevitabilmente il lettore ad amalgamarsi  nel dolore, nella tristezza, nella densità delle sensazioni profonde.


Un'ultima nota alla veste grafica di Silvana Amato che  ho molto apprezzato per la leggerezza e l'eleganza che dona al volume.  


venerdì 9 agosto 2019

"La botanica delle bugie" Elisa Casseri - Premio biblioteche di Roma 2019 - sezione narrativa



"E poi sii  grafite, aragonite, zircone, sii China Martini oppure sii uno che vuole stare da solo. Sii una vecchia bulimica, un padre perfetto, un separato mai divorziato che ama sua moglie o uno che è capace di amare solo se stesso, sii quello che ti pare, non importa, basta che ti scegli una forma e che le dai fiducia"


Cosa ne penso

La scelta di questo libro è stata "casuale" nel senso che era l'unico libro disponibile tra i 12 candidati del "Premio Biblioteche di Roma 2019-20"  che sono messi a disposizione del Circolo di Lettura presso la   biblioteca Franca Basaglia di cui faccio parte.

Parlare di questo libro non è facile perché durante le 300 pagine ho avuto sentimenti contrastanti.
Leggere "La botanica delle bugie" richiede una chiave di lettura. Una volta che si è compreso come funziona allora se ne può apprezzare anche la lettura. 

Tutto quello che ho provato prima della scoperta è stato fastidio e voglia di capire. 
Fastidio perché la Casseri srotola la storia dei quattro personaggi, Nicola, Quirino, Caterina, Giorgio, in un arco temporale che va dal 1993 al 2018, dall'amicizia che inizia da bambini alla maturità, senza consequenzialità utilizzando  tecniche narrative diverse: in prima persona, in terza persona, il racconto corale, spiazzandomi. 

Finché non ho scoperto la chiave ho provato una forte indisposizione per il modo in cui viene trattato il lettore all'inizio di ogni capitolo dove non si riesce a capire chi sta parlando o di chi si sta parlando. Questa scelta della scrittrice obbliga il lettore, almeno a me è successo così, a tornare indietro per rileggere le pagine e riuscire a dare il giusto posto agli eventi ed ai personaggi.
Nello stesso tempo, visto che sono una  lettrice testarda e odio lasciare i libri a metà, la voglia di trovare il perché di queste scelte, mi ha spinto a proseguire nella lettura.
Ed ecco che la tenacia mi ha premiato, scoperta la chiave sono riuscita a leggere la restante metà trasformando il fastidio e l'indisponenza in empatia e desiderio di leggere e leggere per arrivare alla fine. Ho instaurato quel rapporto intimo e personale, speciale con il libro, che voi lettori conoscete bene. 

La Casseri struttura il romanzo in quattro fasi, legate alle fasi di crescita delle piante. All'interno di ogni fase ci sono quattro capitoli in cui ognuno dei quattro personaggi o più di uno narra le sue false verità e tutto viene organizzato e ripetuto secondo una sequenza sempre uguale. Ma non voglio svelare  nulla di più, nel caso qualcuno di voi decidesse di leggerlo.


Nicla, Quirino, Caterina e Giorgio,   sono un noi, un ingranaggio complesso fatto di amicizia, amore, gelosia, incomprensione, bugie, verità, fatto di genitori, schemi, giudizi. Ma sono anche e soprattutto un io, individui  che alla fine  ammettono, ognuno a suo modo, di non aver mai scelto la loro amicizia, ci si sono ritrovati dentro,  di  non aver scelto la relazione in cui si trovano, di aver lasciato che le scelte fossero dettate da altro. 

Il problema di tutti i personaggi è di non saper scegliere, non sapersi dare una forma, una qualsiasi, non sapersi riscattare, affrancare, definirsi e così all'interno del noi formato dalla loro amicizia ognuno prenderà una strada non scelta, ognuno vivrà secondo una bugia raccontata agli altri ed a se stessi. 




E cosi abbiamo Nicla, a cui piace Quirino ma che  avrà un figlio, da giovanissima, con Giorgio. 
Che vive con una profonda perdita: il padre scappato e mai più tornato di cui scoprirà il segreto solo dopo la sua morte. Che non riuscirà a portare a compimento gli studi, che non vuole essere come la madre e la nonna, con cui vive,  ma che alla fine ripercorrerà le stese orme, che si vergogna di ciò che ha e di ciò che è. Che si sente continuamente in errore, l'errore per ciò che accade intorno a lei.
"Sei tutte queste ombre che non riescono a rimanere della loro forma intanto che il giorno procede per la sua strada" 
"Esiste una sola forma di difesa da questo senso di abbandono, dall'essere preda continua delle scelte degli altri su di te, un'unica maniera per non sentirsi costantemente soli ed è di decidere di esserlo: la solitudine consapevole come tentativo di equilibrio. "
L'amicizia adolescenziale con Caterina, che invidia e Quirino, sembra temporaneamente riscattarla dalla condizione  di isolamento. 

Abbiamo Quirino sposato con Caterina,  a cui piace Nicla. 
Indolente, fedifrago che deve affrontare la morte improvvisa del padre, poco dopo la morte della madre Viola, con cui non parlava da quasi un anno ed i segreti portati alla luce dopo  tale perdita. Che ammette di essere sempre stato con Caterina, da quando erano piccoli e quindi probabilmente di non averla scelta. Che dopo la morte del padre cade in un immobilismo 
"Mi sembrava un suicidio cercare di cambiare, impegnarmi per essere decisionale, vivace, un osservatore attento e suscettibile. Ho sempre lasciato che i miei andassero così come dovevano, senza mai strappare o ricucire, senza salvare o abbandonare" 


C'è Caterina che sembra avere il ruolo migliore, scelta da Nicla, scelta da Quirino e scelta da Giorgio ma che si scoprirà anche lei vittima delle sue stesse bugie.

Ed infine Giorgio di cui ci viene detto poco, l'unico a non avere un capitolo dedicato, che si ritrova padre troppo giovane ed innamorato di Caterina. 

E poi c'è tutto il mondo che li circonda: Rita la mamma di Nicla, Maria la nonna, Andrea la figlia di Nicla; Viola la mamma di Quirino ed il padre.


Le pagine descrivono con un ritmo serrato  la complessa relazione di ognuno con l'altro. Una disamina senza fronzoli e abbellimenti. 
E forse le scelte tecniche della Casseri, che ho pienamente apprezzato chiusa l'ultima pagina, servono per restituire al lettore un  racconto corale, un affresco di vite che si appartengono: "il fuoco della nostra famiglia non è mai stato la capacità di resistere, anzi: siamo, più, gente che si appartiene, spesso senza saperlo, a volte senza volerlo, ma più di tutto senza preoccuparsene

Interessante il concetto del noi che viene offerto sotto diverse prospettive: c'è il noi di Nicola e Caterina amiche, nemiche; c'è il noi di Quirino e Giorgio amici ma mai fino in fondo; c'è il noi di Caterina e Quirino che fallisce; c'è il noi di Nicla e Giorgio anche questo destinato a fallire ma che ha creato Andrea la loro figlia. C'è il noi di Caterina e Giorgio che potrebbe funzionare ed il noi, forse, di  Nicla e Quirino.

Ed infine c'è il non noi: "Non c'è mai stato nessun noi, per noi: ci sono sempre stati un sacco di io e un sacco di tu, troppi lei, tantissimi lui, molti voi, bperfino qualche loro, ma non c'e mai stato nessun noi" 

Ho trovato la scrittura  e la costruzione del romanzo geniale. 
Un libro che non consiglierei a tutti ma che, ha chi deciderà di leggerlo, lascerà il segno.