venerdì 28 giugno 2019

Rubrica "Ci provo con "leggo : Di Nessuno

Oggi partecipo per la prima volta alla rubrica "Ci provo con..." ideata da Chiara del blog "La lettrice sulle nuvole"  e sono felice ed emozionata. 
 Una rubrica a cadenza mensile in cui si legge un autore o un'autrice per la prima volta.




Per l'occasione ho scelto un libro di un'autrice che non conoscevo  e contemporaneamente mi sono cimentata con la lettura di un racconto perchè  io non  ne leggo quasi mai per il semplice preconcetto che secondo me non si può raccontare una bella storia, una storia compiuta  in poche  pagine. 
Ebbene la rubrica "Ci provo con..." Mi ha permesso di  cambiare idea perché questo racconto è ben costruito e nelle 140 pagine ci dice tutto quello che dobbiamo sapere su Elisa, la protagonista. 
È c'è un altro aspetto positivo: i racconti si leggono in un girar di pagina, un paio di giorni e la storia appartiene al lettore.

La trama qui




Cosa ne penso

Lo stile della Mangiapelo è diretto, chiaro, immediato, periodi corti che permettono un veloce susseguirsi degli eventi. 
Elisa ha una famiglia, un marito, due figli che ama e che probabilmente sono l'unico elemento che ogni tanto la portano a riflettere sulle sue azioni ma che non le impediscono di buttarsi in una relazione extraconiugale con Alessandro che fagociterà tutto il resto. 
Del passato di Elisa e di Alessandro ci vengono dati pochi flash, qualche ricordo che bastano a spiegare al lettore le basi da cui nascono le azioni distruttive di entrambi e soprattutto di Elisa.

In alcuni momenti ho avuto la voglia di entrare nelle scene per scuotere e far ragionare Elisa, mi ha fatto rabbia questo suo non voler vedere, anzi giustificare i comportamenti di Lorenzo ed anche se stessa .
In altri sono stata piacevolmente rapita dalla carica erotica degli incontri di Elisa e Alessandro anche questi ben descritti dalla Mangiapelo.
In mezzo a queste due opposte sensazioni mi sono chiesta: dove sta il limite, la linea di demarcazione che ci permette di non perdere la dignità e l'amore per noi stessi?
Elisa in alcuni, brevissimi istanti si rende conto di aver superato ampiamente quel limite ed afferma: "È tutto sbagliato".
Ma è un lampo, un batter d'ali a cui non rimane aggrappata e continua a cadere, giù nel bisogno di essere desiderata, voluta, nel bisogno distruttivo di "non fare la cosa giusta" mentre si ripete la frase che le dicevano da bambina: "Elisa fai la cosa giusta. Elisa fai la cosa giusta..."


Elisa non è di nessuno, come dice lei stessa:

"Questo è un anello. E gli anelli formano le catene. Ti senti ancora così libera?
Elisa l'aveva guardato, trovando nei suoi occhi la sfida e il desiderio di ferirla. Poi con un gesto veloce si era sfilata l'anello dal dito e se lo era messo in tasca. Gli aveva sorriso, mostrandogli la mano aperta, e gli aveva ripetuto:" Io non sono di nessuno".

Questo non vuol dire che sia libera, anzi tutt'altro. Scorrendo le pagine ci si rende conto che Elisa è schiava di se stessa. La sua catena è interiore e non basta togliersi un anello per cancellarla. La catena che la blocca sta nella deviazione affettiva che la rende dipendente, in questo caso di un uomo.
Ma attenzione non è un libro sul femminicidio, come si potrebbe pensare dalle premesse, come io stessa ho pensato ad un certo punto. Tutt'altro. 

Il racconto si chiude con un epilogo affatto scontato che mi ha lasciato una  sensazione di sconfitta ed un senso di ineluttabilità unito ad una malinconia latente. 
Un libro che mi ha fatto scendere nel mistero dell'animo umano, nell' incomprensione emotiva, nell'azione che è a volte negazione di se stessi, un libro che emozionandomi ho apprezzato. 

Ed ecco gli altri blog che partecipano alla rubrica andate a curiosare:

giovedì 13 giugno 2019

Letture: "Fedeltà" Missiroli Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."





La frase che ho scelto per riassumero il libro è quella che di colpo ha spostato il mio punto di vista: Missiroli non ci parla solo della fedeltà nella coppia, come sarebbe facile pensare, ma anche e soprattutto della fedeltà o infedeltà verso noi stessi.  La fedeltà o infedeltà, sono le due facce della stessa medaglia con cui devono fare i conti i personaggi del romanzo,  scavando, ognuno a suo modo nelle intenzioni, nei desideri, nei pensieri, nelle contraddizioni delle loro vite.
La prima cosa che mi ha colpito  è la struttura del romanzo. Missiroli divide la storia, le 224 pagine, in due parti. Due parti divise da una pagina bianca e da  nove anni di differenza. Se all'inizio questa struttura mi ha un po' spaventato poi l'ho apprezzata. I personaggi raccontano ognuno il proprio mondo in una continuità di pensieri, azioni, sentimenti che si susseguono, si intersecano tra di loro come un reticolato di strade. Il presente ed il passato di Margherita e Carlo, di Andrea, di Anna, di Sofia si sovrappongono, si incontrano, si susseguono, impossibile dividere il flusso in capitoli.


Tutto prende avvio dal "malinteso" così viene chiamato l'evento che coinvolge Carlo scoperto al bagno dell'Università con un'alunna in atteggiamenti equivoci. Nel corso della storia questo malinteso diventerà "paturnia, sospetto, incomprensione". L' elemento costante che mi ha fatto riflettere durante tutto il romanzo è che nonostante gli eventi non viene mai messo in discussione l'amore che Carlo e Margherita provano l'uno per l'altra, la sintonia dei loro corpi che sanno viversi.

Margherita dice: "Del resto, cosa avrebbe tolto un corpo nuovo al suo matrimonio? Quanto detestava la psicologia da due soldi: riportare il tradimento all'infelicità." Carlo dice: "Margherita era la felicità, lui lo avvertiva con certezza. Ma ora avvertiva anche una zona Franca venuta a delimitarsi in modo insolito, capriccioso, inconfutabile... Si era domandato se il fattore scatenante fosse una stanchezza del suo matrimonio, era arrivato alla conclusione di volerla finire con questa storia della compensazione affettiva. "



 




Margherita è una donna che sa ben agire nel suo lavoro di agente  immobiliate, ma che spesso si ferma, prende il telefono e chiama Carlo per essere rassicurata, per essere guidata, come faceva il padre che la riportava sulla giusta rotta. Quando il treno della sua vita poteva deragliare il padre l'ammoniva dicendo:"fai lo scambio giusto per te." Anche se "lo scambio giusto per lei era sempre stata la direzione degli altri". Margherita comprende quanto un desiderio inappagato può rimanere nel presente costantemente e quanto invece il contrario porta sazietà, compiutezza: "l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."

Carlo è il personaggio in cui ho trovato più contraddizioni. È capace di rassicurare ma non sa rassicurare se stesso, vive di lavori precari e fino alla fine sarà alla ricerca di una stabilità.  Carlo da la rotta a Margherita, ogni volta che lei né ha bisogna, ma non sa darsi una rotta. Di lui sappiamo che: "del futuro con Margherita non aveva mai dubitato" lei lo rende felice, ma scopre dentro di sé una zona dove il desiderio va oltre il matrimonio. Un uomo incompiuto  come lo definisce il padre: "un figlio con l'indole della rinuncia: il capitale ad alto rischio" che diventa ciò che vede il padre, perché spesso noi siamo il riflesso dei nostri genitori. 
Che vive godendo dell'immaginazione, "lui era questo, fermarsi l'attimo prima, questo godere delle immaginazione, lambire le rese dei conti e rifugiarsi subito nel focolare domestico."


Intorno a loro gli altri personaggi.  La mamma di Margherita, Anna, che ho amato, anche lei alle prese con interrogativi, desideri mancati ed appagati da altro, riflessioni sulla vita che è stata e su un matrimonio consumato, la figura con meno contraddizioni che in una delle tante riflesdioninafferma: "i matrimoni possono essere fastidiosi". 

Andrea, il fisioterapista,  che per me è stata la figura più inquietante, ma anche quella verso cui ho provato tanta tenerezza. 
Sofia, la giovane ragazza protagonista del "malinteso" con un trauma familiare, complessa e contraddittoria nella sua giovane età. 
Ed una casa, la Concordia, voluta, desiderata, comprata, uno spazio di 120 metri quadri che fa da sfondo e che diventa anch'essa, in qualche modo, protagonista.

Ho molto apprezzato il romanzo di Missiroli, sia per lo stile che per i temi che affronta, che inevitabilemte portano a porci domande.

Alla fine credo che le storie di Anna, Carlo, Margherita, Sofia sono un inno alle contraddizioni che ognuno di loro è ognuno di noi si porta dentro.



domenica 26 maggio 2019

Recensione: "La straniera" Claudia Durastanti Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato...
Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c'è una frattura che non verrà mai riempita. L'unica cosa che fa il tempo è portare con sé polvere ed erbacce, in modo che quella crepa venga ricoperta fino a trasformasi in un paesaggio diverso, lontano, quasi fiabesco, in cui si parla un idioma che non conosci, più credibile come l'elfico.
Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate, ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e tua madre, dopo anni in cui hai creduto che morire o impazzire fosse l'unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."







Ho scelto questo lungo estratto per sintetizzare l'essenza del libro:
"E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."
Claudia Durastanti in questo romanzo fa un profondo e personale lavoro di rilettura di se stessa e lo fa camminando  in mezzo alla polvere ed alle erbacce che il tempo costruisce sulla sua storia per ritornare mano mano alle origini, al padre ed alla madre e ritrovare  attraverso loro se stessa.


Trama:
La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato". Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall'infanzia al futuro, il nuovo libro dell'autrice di "Cleopatra va in prigione" è un'avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della "Straniera" vive un'infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui. "La straniera" è il racconto di un'educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.


Il libro inizia dalle origini, la scrittrice ci racconta del modo in cui i suoi genitori, entrambi sordi ognuno con la sua versione, si sono incontrati, parla della loro infanzia, dell'emigrazione in America, del  ritorno in Italia, del divorzio e poi ancora della sua di infanzia, quella della scrittrice, dell'adolescenza e via via fino ad arrivare ai giorni nostri.
Attraverso la disamina della vita della  famiglia la scrittrice ci mostra come ciò che siamo oggi non è  altro che "l'eco di una mitologia anteriore".

La scrittura scorre veloce. Brevi capitoli, in cui gli eventi, i sentimenti, i ricordi, le testimonianze, la ricostruzione delle figure colorite che hanno dato vita all'albero genealogico della Durastanti si alternano senza una logica per il lettore. L'unico filo guida è  il flusso interiore, l'eco che la Durastanti piega alla scrittura e viceversa.

Un flusso interiore segnato da un elemento costante e onnipresente nella vita della Durastanti: la disabilità dei genitori. 
"I disabili - qualsiasi parola per definirli è insufficiente, inadeguata - sono una maggioranza nascosta: nonostante le macchine e le protesi intente a provare che la morte non esiste, quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria. L'incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l'impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un'eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili prima o poi." 


Sin dalle prime pagine ho cercato di trovare delle risposte a due domande:  come due genitori sordi possono crescere i loro figli nati senza tale disabilità e come i figli possono assorbire ed a loro volta vivere la disabilità dei genitori? 

Se da un lato troviamo due genitori che  nella loro disabilità non si fanno tanti problemi  su come seguire i loro due figli  o meglio su come non seguirli, vivendo ognuno i personali eccessi ed anche i limiti dettati dalla sordità con un orgoglio che a volte cade nell'arroganza,   dall'altro c'è una Durastanti bambina che tornata nella scuola italiana - vive la prima infanzia a Brooklyn dove nasce - viene mortificata per la sua autosufficienza: "sapevo leggere spedita, ma ogni tanto  inserivo degli errori di pronuncia perché avevo intuito cosa mi sarebbe successo se non mi fossi sbagliata almeno un pò: già venivo da un'altra parte e non ne avevo diritto, andare anche bene a scuola sarebbe stato un affronto."  Così inizia a ignorare la scuola elementare a fare "cento assenze l'anno"  ma non viene punita con la bocciatura bensì compresa  perchè "ero la figlia della muta".
Ed ecco come la disabilità della madre, erroneamente definita muta quando è sorda "quelli della vecchia generazione la chiamavano "la muta" anche se parlava fin troppo e non era per niente timida" incide nella vita della scrittrice: la porta lontana dalla scuola nascondendosi nella soffita dove passa tutto il tempo a leggere mentre la madre le firma le giustificazioni, la immerge nella lettura,  le permette di non perdere un anno scolastico, la avvicina alle parole.

La disabilità incide nella vita del fratello che tornato in Italia trova un modo diverso di affrontare la loro spravvivenza.  Lui e la sorella  avrebbero dovuto essere bravi a scuola, andare a messa, essere rispettosi delle regole morali e civili, non fumare, come la madre, farsi vedere accanto a quest'ultima il meno possibile. Perchè come gli dice il fratello:  "Hanno già deciso cosa diventeremo: io un delinquente e tu una ragazza volgare, dobbiamo cambiare le cose."

La vita dei genitori incide su quella dei figli e se l'uno decide di prendere le distanze per riscattare se stesso, l'altra sceglie una via che a tratti imita gli eccessi della madre e del padre.
 Ma del resto chi non ha "una disabilità" nella propria famiglia.  La disabilità è il non amore, un'educazione improntata sul non esistere, non essere, una vita passata pensando di non avere diritto, le violenze, la rabbia.
Siamo tutti figli di una disabilità e ce la portiamo dentro, nel sangue, detta le nostre scelte ed i nostri schemi di vita. Siamo tutti l'eco di una mitologia anteriore, figli di un padre ed una madre in una colata lavica continua.

Non ho particolarmene amato questo libro, anzi, in alcuni  tratti ho avuto difficoltà a tenere insieme tutta questa colata lavica di vita, tutto, troppo insieme ciò non toglie  il riconoscimento del grande lavoro che ha fatto la scrittrice.
La forza ed il coraggio della Durastanti è stato non solo conoscere e prendere consapevolezza del suo vissuto ma anche offrire tutto questo al pubblico dei lettori.