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domenica 6 ottobre 2019

Recensione: "Il fruscio dell'erba selvaggia" di G. Munforte

La recensione di questo libro sarà breve e laconica, come è stata la lettura: vuota. 






La trama

Romanzo dalla struttura inedita, composto da sequenze narrative che si intrecciano e risolvono, alla fine, in un quadro unitario, "Il fruscio dell'erba selvaggia" - il titolo viene da un verso di Evtushenko - tesse i destini di personaggi che, sullo sfondo di una Milano periferica, cupa e malinconica, vivono un'esistenza in cui innocenza e crimine, onore e vergogna, redenzione e autodistruzione si rovesciano continuamente, come guanti di cui è impossibile distinguere il diritto e il rovescio. Nella prima parte, intitolata "Nero uno", il suicidio dell'amato zio - un uomo che, dopo aver abbandonato moglie e figli, viveva ai margini della legge nel quartiere della Bovisa degli anni Sessanta - turba al tal punto il narratore da spingerlo a indagare sulla sua vita. La scoperta di un insospettabile alter-ego dello zio lo segnerà profondamente, portandolo a una scelta decisiva per il suo futuro. La seconda parte, "Nero due", è il fulcro del romanzo. La scena si sposta in un ospedale degli anni Novanta in cui un ragazzo fraternizza con un uomo che genera in lui curiosità e fascinazione. 

Questi gli racconta la sua vita prima di orfano cresciuto dai frati, poi di criminale; di lí a pochi mesi lo trascinerà in una vicenda nella quale il ragazzo, in nome dell'amicizia nata in corsia, metterà a rischio la propria vita. In "Nero tre" il romanzo giunge al suo epilogo, offrendo i tasselli esplicativi dell'intera narrazione. L'originale disposizione narrativa scelta da Munforte alimenta il forte senso di inquietudine che pervade questo romanzo che, al pari di un dipinto di Hopper, intreccia la solitudine umana alla metafisica del paesaggio. Con una scrittura capace di farsi concitata nei momenti di tensione, e lirica e poetica in quelli di introspezione psicologica, "Il fruscio dell'erba selvaggia" mostra una galleria di personaggi indimenticabili - le ambigue figure dello zio e del frate e quella del giovane segnato da un destino inaggirabile di violenza ed emarginazione - in cui la vita si offre nell'assoluta contingenza delle scelte e nell'irrisolvibilità del suo mistero.



La scelta del libro
Anche questo libro è stato scelto tra i sei in lizza per il "Premio biblioteche di Roma" 2019, sezione narrativa, ma questa volta non sono stata fortunata.


Cosa ne penso
Comincio subito col dire che il breve romanzo, 144 pagine, non mi è piaciuto.
Le uniche note positive che mi hanno permesso di completare la lettura sono state: la brevità del romanzo e la scrittura chiara, diretta, sia nei dialoghi che nelle descrizioni. In questo Munforte ha delle potenzialità che non sono bastate per sollevare il romanzo.

Per tutto il resto, a mio avviso, il testo rimane incompiuto e carente. Non mi è piaciuta la storia, non mi è piaciuta la costruzione, non mi ha lasciato nulla, solo la sensazione di aver perso tempo che avrei potuto dedicare ad altro.
Soprattutto la costruzione narrativa, che dovrebbe fare la differenza e l'originalità, non mi ha convinto, anzi genera confusione. Il lettore per rimettere a posto i pezzi ed avere il puzzle  completo deve tornare indietro e avanti e poi di nuovo indietro e nonostante questo io non sono riuscita a tirare i fili della storia per annodarli in una fine compiuta.

Non è un giallo, non è un thriller, non è un poliziesco è uno spaccato, non riuscito, di un'umanità in declino, di un ambiente che contribuisce a questo declino ma che alla fine non trova una sua evoluzione e quindi non affronta neanche i temi decantati nella sinossi.
Un solo tema emerge con forza: il rapporto anzi il non rapporto con la fede, una fede che non ha spazio nello spaccato descritto da Munforte, un Dio che viene ucciso  dalle azioni e dai pensieri dei personaggi.
Chiusa l'ultima pagina ho tirato un sospiro di sollievo per essermi liberata del "Fruscio dell'erba selvaggia".


Allego il link dell'incontro che c'e stato tra l'autore ed i circoli letterari delle biblioteche di Roma, incontro svoltosi presso la biblioteche "Nelson Mandela" giovedì 03 ottobre 2019:


sabato 28 settembre 2019

Recensione: "Il meraviglioso viaggio delle piante" S. Mancuso

Eccoci per la rubrica a cadenza mensile "Ci provo con..." ideata da Chiara del blog "La lettrice sulle nuvole" in cui si legge un autore o un'autrice per la prima volta.


Il libro di cui vi parlo questa volta, che definisco un piccolo scrigno, è un saggio di Stefano Mancuso, neurobiologo di fama mondiale. 




La scelta del libro: 
Il libro partecipa, per la sezione saggistica, al premio biblioteche di Roma  e visto che era l'unico, dei 12 in lizza per il premio, disponibile nella mia biblioteca  "Franco Basaglia" l'ho preso in prestito senza tanta convinzione.  
L'impossibilità di scegliere è stata in questo caso la mia fortuna.



Cosa ne penso:
Mancuso utilizza un linguaggio semplice, chiaro fruibile da tutti e questo è stato un elemento che ho molto apprezzato perché se fosse stato un saggio troppo scientifico credo che non sarei arrivata neanche alla metà.
Ho parlato di scrigno perché pagina dopo pagina ci viene offerta una descrizione  dell'intelligenza delle piante che  ha dell'incredibile. 
Mancuso lo dice chiaro senza mezzi termini:
"Ciò che conosciamo delle piante è molto poco e, spesso, questo poco è sbagliato."

Attraverso i 6 capitoli ci vengono offerte le strategie, le tecniche, i mezzi con cui il mondo vegetale sopravvive  ai cambiamenti dell'ambiente, si diffonde colonizzando nuove terre, resiste a situazioni estreme. 
Leggere i modi con cui le piante sanno trovare soluzioni mi ha fatto pensare che noi uomini dovremmo imparare da loro mettendoci in uno stato di paziente osservazione e perché no di ammirazione.



Ci sono piante "Pionere, reduci e combattenti" che riescono a vegetare in quei posti dove l'uomo non può più vivere. Un esempio per tutti: Cernobyl (1986)  è oggi il luogo con la maggiore biodiversità: 
"Questo spazio inaccessibile all'uomo  è oggi uno dei territori e maggiore biodiversità dell'ex Unione Sovietica. Sembra che l'uomo sia molto più nocivo delle radiazioni. L'esclusione dell'attività umana da queste aree ha infatti creato un'enorme riserva naturale involontaria"
Hiroshima, qui  ci son alberi reduci che sono ancora vivi nel luogo in cui è caduta la bomba atomica. 

Ci sono piante "Fuggitive, conquistatrici"  che colonizzano nuovi mondi, nuove terre in  modo inarrestabile attraverso la diffusione dei loro semi per via aerea, via mare, attraverso l'utilizzo degli animali e dello stesso uomo.
Mancuso prende ad esempio due prodotti che sono diventati simbolo dell'Italia in tutto il mondo: il basilico ed il pomodoro, rispettivamente originari delle zone centrali dell'India e del Messico, che arrivarono in Italia in tempi antichi e che oggi sono italiani DOP. 
Le piante sono le vere colonizzatrici perché arrivano nei nuovi territori e si ibridano con le piante locali per poter meglio sopravvivere e quindi diffondersi.
Come dice Mancuso la vera globalizzazione è delle piante che non conoscono dazi, confini, barriere. 

Ci sono piante  "Capitani coraggiosi"  che dedicano ai loro semi delle cure parentali custodendo e conservando i semi all'interno della pianta madre per poterli rilasciare quando ci sono le condizioni favorevoli, come fanno gli animali con la propria prole. Ed i semi a loro vola imparano, nella madre, i cicli di vita (siccità, piogge) per poter poi sopravvivere.

Ci sono piante "Viaggiatrici del tempo"  i cui semi si sono conservati  per secoli nei reperti archeologici o dentro al ghiaccio e che in alcuni casi conservano ancora la vita per poter germinare. 

E ci sono  gli "Alberi solitari" il capitolo che ho trovato più bello, con le storie dei  tre alberi solitari sparsi nel mondo (l'albero di Campbel Island, l'acacia di Téneré, l'albero della vita del Bahrein) che hanno dell'incredibile perché vivono e resistono in posti  inospitali ed inaccessibili, in condizioni impossibili ma continuano a vivere. 
Mancuso ci dice: "Nonostante l'albero solitario rappresenti addirittura un topos letterario, simbolo della persona che, malgrado tutto,  resiste indomita agli strazi dell'avversa fortuna, come tanti altri dei nostri luoghi comuni si basa su presupposti del tutto sbagliati. Se ci si pensa attentamente, infatti, un albero solitario non dovrebbe esistere. E' un controsenso."

Bellissima e tristissima la storia dell'Acacia di Téneré che mi ha colpito. Sopravvissuta al deserto, nel deserto, perché le sue radici raggiungevano una falda nel sottosuolo profonda 33- 36 mt, cadde per l'idiozia dell'uomo: un camion diretto a Bilma vi finì contro, uccidendo l'Acacia, nonostante avesse abbastanza spazio per evitarla.






Consiglio il saggio di Mancuso a tutti, lo consiglio soprattutto per le scuole, sarebbe una lettura perfetta per stimolare la voglia di conoscere.
Lo consiglio perché ci spinge ad una riflessione forzata sul ruolo distruttivo che ha l'uomo e perché  ci aiuta a guardare il mondo vegetale con altri occhi e quindi con un altro rispetto. 
Chiudo con una nota sulla grafica del romanzo visto che tra una pagina e l'altra ci sono degli splendidi acquerelli di Grisha Fischer.





Ed ecco gli altri blog che partecipano alla rubrica andate a curiosare:





domenica 18 agosto 2019

"La custodia dei cieli profondi" di Raffaele Riba - Premio biblioteche di Roma 2019 - sezione narrativa


"Tuttavia, capire cosa succede in cielo sarà più facile che ricostruire cosa è successo qui, su questa porzione di terra che, una volta, aveva una densità di persone e di legami che ne facevano una casa. Questa è una sapienza da raggiungere studiando il dolore, qualcosa che ha a che fare con la dispersione." 





La trama qui 


Cosa ne penso

Ho deciso di leggere questo libro,  come per "La botanica delle bugie", perché fa parte dei sei libri del  "Premio biblioteche di Roma 2019"   sezione narrativa.
Mi sono avvicinata al romanzo con un po' di diffidenza perché letta la trama non né sono rimasta colpita e perché  l'idea  di leggere qualcosa che si collega all'astronomia, che  occupa un posto di rilievo nel romanzo, mi ha fatto storcere il naso. Poi nel corso della lettura mi sono ricreduta, almeno in parte.

Il libro è il racconto in prima persona di Gabriele, un racconto che da subito non è semplice, non è comodo per chi legge perché Gabriele affronta un tema profondo, complesso e permettetemi il termine ineluttabile: la dispersione.

Il racconto di Gabriele che si sviluppa con dei passaggi repentini, segnati al lettore da un evidente cambio di paragrafo,  dal presente al passato, dall'interiorità alla descrizione dei puri fatti, non è altro che una ricostruzione del processo di dispersione che investe ogni cosa in ogni dove e prima davanti a tutto la dispersione del suo legame di fratellanza che sembra dissolversi piano piano senza che lo stesso protagonista se ne renda conto.

La ricostruzione degli accadimenti è inesorabile e necessaria direi per spiegare l'evento finale che rimane tale fino alle ultime pagine ma che è anche il punto di non ritorno da dove ha inizio la storia. 

Il racconto  inizia dall'origine nel "tempo anteriore", così lo intitola Riba il primo capitolo,  con la descrizione della nascita della casa di famiglia, Cascina Odessa costruita dal nonno di Gabriele, dove Gabriele ed il fratello minore Emanuele insieme al padre ed alla madre hanno vissuto la loro infanzia, l'adolescenza fino all'inizio dell'università. 
Una casa piena di ricordi e di vita: "Ho abitato Cascina Odessa per più di trent'anni, salvo qualche breve intervallo. Io derivo da questo posto e per ogni cosa fatta dopo sono partito da qui.... Voglio solo dire che la casa è pelle, che la casa è cognizione, che la mia casa è un modo che ho per dire qualcosa di me". 
E inizia anche con l'arrivo di una supernova che crea un cielo con due soli, sospendendo il tempo ed il ciclo circadiano. 
La casa è la supernova sono  presenti, quasi come due protagonisti, nel racconto che fa Gabriele. 




La dispersione è il tarlo, la costante nei pensieri di Gabriele: la dispersione della sua famiglia, la dispersione della casa, la dispersione dell'energia  che avviene attraverso le cose umane, la dispersione delle relazioni, la dispersione del rapporto di fratellanza con Emanuele così fortemente sentito: 
"Mio fratello mi ha pacificato e calmato quando lo vedevo piccolo e armonico, mi ha reso apprensivo quando a distanza lo vedevo interagire con il mondo, mi ha fatto pensare di poter morire per lui, mi ha reso nervoso fino allo stremo, mi ha reso furioso, mi ha reso violento e cattivo. Ogni sentimento una diversa frequenza di battito. Sembra strano che sia accaduto tutto nello stesso cuore" 



Ma soprattutto la dispersione di Gabriele: 
"All'inizio mi hanno chiamato figlio, poi fratello, poi il Custode; infine l'Eremita o il Matto. E' stato un processo lento e graduale, questo disperdersi verso il non me.."

La dispersione narrata da Raffaele Riba è un fatto concreto, in questo devo fare i complimenti allo scrittore per aver saputo rendere così tangibile, reale un processo intoccabile, inconsistente eppure così presente sotto gli occhi di tutti nei gesti quotidiani. 
La narrazione crea spesso un tempo denso, come dice lo stesso Gabriele quando va a ricordare: "un tempo che mi sembra denso da morire" un dolore palpabile. Immergermi nella lettura mi ha fatto cadere ogni volta in questa sensazione densa, mi sono invischiata nella malinconica solitudine di Gabriele, nel suo percorso  del dolore.

Ma la dispersione è anche il processo che  fa risaltare l'attaccamento e la necessità di resistere attraverso la cura: 
"La cura, già, ci ho riflettuto spesso questi ultimi tempi. E sono arrivato a pensare che sia un segreto che infatti non viene tramandato di bocca in bocca. Va di pena in pena. Le persone che curano - animali, piante o una scala - sono le uniche resistenze di cui il mondo dispone contro la dispersione."

Gabriele diventa così il Custode di ogni elemento che riguarda la sua Vita. In primo il Custode della casa, visto che Emanuele se ne andrà per studiare e tornerà sempre meno. Il Custode dei ricordi, dei legami passati in una lotta invincibile e ossessiva contro la dispersione, come Sisifo:
 "Ti sei sforzato, hai mantenuto, ti sei opposto all'usura, al tempo, alle condizioni avverse. Hai remato contro, hai manomesso il disordine cercando uno schema umano, quello della pulizia, della geometria e della preservazione. Ma eri destinato a fallire..."
Perché la cura preclude che ci sia qualcuno con cui condividere, qualcuno che né benefici, qualcuno che né prenda parte, altrimenti tutto è vano: 
"Ho costruito una scala di pietre e cemento, ho rivoltato il terreno ogni anno, ho fatto crescere un coltivato migliore. Ho preso degli animali  al mercato di Fossano. E' stato così perché così doveva essere, perché credevo che anche  il posto in cui si vive avesse bisogno di una generazione che ne segue un'altra. E che migliora... Ma ci deve essere qualcuno che lotta con te o che ne benefici. Altrimenti sei il Matto che continua a spazzare delle scale su cui non salirà più nessuno."

Così quando Gabriele si rende conto di essere solo, quando anche il rapporto di fratellanza cede con un ultima decisione  di Emanuele, Gabriele si arrende:
"Ora però non è più tempo di lottare contro il disordine" e "Così ho mollato tutto. E ho avuto chiara la mia vita. Dov'era cominciata. La fratellanza. Dove era andata a depositarsi. La custodia. E infine dove sarebbe andata a finire: il cedimento, la resa..."


Devo ammettere che questa lettura mi ha coinvolto, mi ha fatto riflettere e mi ha sospeso in un tempo dedicato alle  domande  interiori. Questo tempo iniziava ancora prima dell'atto di leggere, nell'istante esatto del prendere in mano il libro  e prepararmi all'immersione. 
Un libro che non consiglierei a tutti perché  porta inevitabilmente il lettore ad amalgamarsi  nel dolore, nella tristezza, nella densità delle sensazioni profonde.


Un'ultima nota alla veste grafica di Silvana Amato che  ho molto apprezzato per la leggerezza e l'eleganza che dona al volume.  


venerdì 9 agosto 2019

"La botanica delle bugie" Elisa Casseri - Premio biblioteche di Roma 2019 - sezione narrativa



"E poi sii  grafite, aragonite, zircone, sii China Martini oppure sii uno che vuole stare da solo. Sii una vecchia bulimica, un padre perfetto, un separato mai divorziato che ama sua moglie o uno che è capace di amare solo se stesso, sii quello che ti pare, non importa, basta che ti scegli una forma e che le dai fiducia"


Cosa ne penso

La scelta di questo libro è stata "casuale" nel senso che era l'unico libro disponibile tra i 12 candidati del "Premio Biblioteche di Roma 2019-20"  che sono messi a disposizione del Circolo di Lettura presso la   biblioteca Franca Basaglia di cui faccio parte.

Parlare di questo libro non è facile perché durante le 300 pagine ho avuto sentimenti contrastanti.
Leggere "La botanica delle bugie" richiede una chiave di lettura. Una volta che si è compreso come funziona allora se ne può apprezzare anche la lettura. 

Tutto quello che ho provato prima della scoperta è stato fastidio e voglia di capire. 
Fastidio perché la Casseri srotola la storia dei quattro personaggi, Nicola, Quirino, Caterina, Giorgio, in un arco temporale che va dal 1993 al 2018, dall'amicizia che inizia da bambini alla maturità, senza consequenzialità utilizzando  tecniche narrative diverse: in prima persona, in terza persona, il racconto corale, spiazzandomi. 

Finché non ho scoperto la chiave ho provato una forte indisposizione per il modo in cui viene trattato il lettore all'inizio di ogni capitolo dove non si riesce a capire chi sta parlando o di chi si sta parlando. Questa scelta della scrittrice obbliga il lettore, almeno a me è successo così, a tornare indietro per rileggere le pagine e riuscire a dare il giusto posto agli eventi ed ai personaggi.
Nello stesso tempo, visto che sono una  lettrice testarda e odio lasciare i libri a metà, la voglia di trovare il perché di queste scelte, mi ha spinto a proseguire nella lettura.
Ed ecco che la tenacia mi ha premiato, scoperta la chiave sono riuscita a leggere la restante metà trasformando il fastidio e l'indisponenza in empatia e desiderio di leggere e leggere per arrivare alla fine. Ho instaurato quel rapporto intimo e personale, speciale con il libro, che voi lettori conoscete bene. 

La Casseri struttura il romanzo in quattro fasi, legate alle fasi di crescita delle piante. All'interno di ogni fase ci sono quattro capitoli in cui ognuno dei quattro personaggi o più di uno narra le sue false verità e tutto viene organizzato e ripetuto secondo una sequenza sempre uguale. Ma non voglio svelare  nulla di più, nel caso qualcuno di voi decidesse di leggerlo.


Nicla, Quirino, Caterina e Giorgio,   sono un noi, un ingranaggio complesso fatto di amicizia, amore, gelosia, incomprensione, bugie, verità, fatto di genitori, schemi, giudizi. Ma sono anche e soprattutto un io, individui  che alla fine  ammettono, ognuno a suo modo, di non aver mai scelto la loro amicizia, ci si sono ritrovati dentro,  di  non aver scelto la relazione in cui si trovano, di aver lasciato che le scelte fossero dettate da altro. 

Il problema di tutti i personaggi è di non saper scegliere, non sapersi dare una forma, una qualsiasi, non sapersi riscattare, affrancare, definirsi e così all'interno del noi formato dalla loro amicizia ognuno prenderà una strada non scelta, ognuno vivrà secondo una bugia raccontata agli altri ed a se stessi. 

E cosi abbiamo Nicla, a cui piace Quirino ma che  avrà un figlio, da giovanissima, con Giorgio. 
Che vive con una profonda perdita: il padre scappato e mai più tornato di cui scoprirà il segreto solo dopo la sua morte. Che non riuscirà a portare a compimento gli studi, che non vuole essere come la madre e la nonna, con cui vive,  ma che alla fine ripercorrerà le stese orme, che si vergogna di ciò che ha e di ciò che è. Che si sente continuamente in errore, l'errore per ciò che accade intorno a lei.
"Sei tutte queste ombre che non riescono a rimanere della loro forma intanto che il giorno procede per la sua strada" 
"Esiste una sola forma di difesa da questo senso di abbandono, dall'essere preda continua delle scelte degli altri su di te, un'unica maniera per non sentirsi costantemente soli ed è di decidere di esserlo: la solitudine consapevole come tentativo di equilibrio. "
L'amicizia adolescenziale con Caterina, che invidia e Quirino, sembra temporaneamente riscattarla dalla condizione  di isolamento. 

Abbiamo Quirino sposato con Caterina,  a cui piace Nicla. 
Indolente, fedifrago che deve affrontare la morte improvvisa del padre, poco dopo la morte della madre Viola, con cui non parlava da quasi un anno ed i segreti portati alla luce dopo  tale perdita. Che ammette di essere sempre stato con Caterina, da quando erano piccoli e quindi probabilmente di non averla scelta. Che dopo la morte del padre cade in un immobilismo 
"Mi sembrava un suicidio cercare di cambiare, impegnarmi per essere decisionale, vivace, un osservatore attento e suscettibile. Ho sempre lasciato che i miei rapporti andassero così come dovevano, senza mai strappare o ricucire, senza salvare o abbandonare" 


C'è Caterina che sembra avere il ruolo migliore, scelta da Nicla, scelta da Quirino e scelta da Giorgio ma che si scoprirà anche lei vittima delle sue stesse bugie.

Ed infine Giorgio di cui ci viene detto poco, l'unico a non avere un capitolo dedicato, che si ritrova padre troppo giovane ed innamorato di Caterina. 

E poi c'è tutto il mondo che li circonda: Rita la mamma di Nicla, Maria la nonna, Andrea la figlia di Nicla; Viola la mamma di Quirino ed il padre.


Le pagine descrivono con un ritmo serrato  la complessa relazione di ognuno con l'altro. Una disamina senza fronzoli e abbellimenti. 
E forse le scelte tecniche della Casseri, che ho pienamente apprezzato chiusa l'ultima pagina, servono per restituire al lettore un  racconto corale, un affresco di vite che si appartengono: "il fuoco della nostra famiglia non è mai stato la capacità di resistere, anzi: siamo, più, gente che si appartiene, spesso senza saperlo, a volte senza volerlo, ma più di tutto senza preoccuparsene

Interessante il concetto del noi che viene offerto sotto diverse prospettive: c'è il noi di Nicla e Caterina amiche, nemiche; c'è il noi di Quirino e Giorgio amici ma mai fino in fondo; c'è il noi di Caterina e Quirino che fallisce; c'è il noi di Nicla e Giorgio anche questo destinato a fallire ma che ha creato Andrea la loro figlia. C'è il noi di Caterina e Giorgio che potrebbe funzionare ed il noi, forse, di  Nicla e Quirino.

Ed infine c'è il non noi: "Non c'è mai stato nessun noi, per noi: ci sono sempre stati un sacco di io e un sacco di tu, troppi lei, tantissimi lui, molti voi, bperfino qualche loro, ma non c'e mai stato nessun noi" 

Ho trovato la scrittura  e la costruzione del romanzo geniale. 
Un libro che non consiglierei a tutti ma che lascerà il segno a chi deciderà di leggerlo. 


domenica 28 luglio 2019

Recensione: "Sofia si veste sempre di nero" di P. Cognetti



Eccomi per il mio secondo appuntamento con la rubrica ideata da Chiara del blog "La lettrice sulle nuvole".  Una rubrica a cadenza mensile in cui si legge un autore o un'autrice per la prima volta.
Questa volta ho letto "Sofia si veste sempre di nero" di Paolo Cognetti  di cui avevo sentito parlare per aver  vinto il Premio Strega nel 2017 con "Otto montagne".

Due sono stati gli elementi che mi hanno portato a scegliere questa lettura: le diverse e contrastanti recensioni nel web e la copertina. Entrambe le cose mi hanno incuriosito ed alla fine la copertina ha avuto il peso maggiore sul piatto della bilancia, diciamo che forse per questa volta è stato il libro a scegliere me.





La trama qui



Cosa ne penso:

"Aveva addosso una felpa nera, pantaloni della tuta neri, i capelli rasati da un lato solo e l'orecchio sinistro bucherellato da una scarica di anellini d'argento. Era sottopeso di almeno dieci chili, con le vene che le incidevano il dorso della mano." 

Cognetti articola la narrazione in racconti che potrebbero essere letti  in modo casuale, ma è solo leggendoli tutti che si può ricostruire il puzzle del personaggio di Sofia e del mondo che ruota intorno a lei.

Ho fatto un po' di fatica a seguire l'evoluzione temporale  della vita di Sofia perché  le storie non sono organizzate in base al susseguirsi del tempo. Ogni capitolo è dedicato ad un personaggio che per un motivo parentale o lavorativo o sentimentale entra nella vita di Sofia e la racconta fornendoci un affresco  di questa vita, caotico e scollegato. 
Sofia non si racconta, sono gli altri a parlare di lei: "tutti sapevano che Sofia era stata un maschiaccio: la conoscevano dai racconti dei loro fratelli maggiori" 
Del resto lei non parla mai troppo, non mangia, non saluta, non chiude i rapporti, non ha una fissa dimora, l'unico posto dove si rilassa è nella vasca da bagno: "da quando sei senza fissa dimora, la vasca da bagno è l'unico luogo in cui, dovunque ti trovi, puoi chiudere gli occhi e sentirti a casa" e per un motivo ben preciso. 

La vita di Sofia è proprio come i racconti: apparentemente scollegata, un divenire continuo che anche nel finale non si conclude, lasciando aperte mille possibilità.
Solo il primo  racconto "Una storia di pirati" e l'ultimo "Brooklyn Sailor Blues" ci parlano di Sofia rispettivamente da bambina e da adulta. 

Non ho particolarmente amato Sofia, per questa sua continua disconnessione con la vita, o forse per l'intermittenza con cui ci viene offerta la sua storia. Diversamente ho apprezzato gli altri personaggi attraverso cui Cognetti descrive anche le vicende politico economiche e sociali dell'Italia degli anni 80 e 90.





C'è il papà Roberto, un uomo borghese che nasce e cresce, lavorativamente parlando, nella fabbrica dell'Alfa Romeo, che vede i lustri e la fine della casa automobilistica, che sarà assente nella vita della figlia:  "parla di tuo padre. Scrisse che lei suo padre non lo conosceva, perciò non era in grado di svolgere il compito, ma se andava bene lo stesso le sarebbe piaciuto parlare del suo cane" ma che comunque saprà essere più presente della madre, Rossana. 
A lei è dedicato il penultimo racconto "Le cose da salvare"
Durante la lettura ho a lungo atteso la sua storia. Questa madre che "faceva fatica a dormire. Durante il giorno era irritata ed irascibile. Passava il pomeriggio a letto e non dipingeva da mesi. Cominciò a vedere dei dottori, così in poco tempo l'umore di Rossana diventò il problema di Rossana e poi la malattia di Rossana.
Una madre fortemente depressa che minaccia, continuamente, di andare via. Prepara le valigie e poi le disfa, le prepara e poi le disfa Sofia, le prepara e poi rimane lì in quella casa borghese, con un sogno nel cassetto. 

L'altro personaggio ben caratterizzata è la zia di Sofia, Marta la sorella di Roberto, la cui vita ci viene racconta nel capitolo "Sofia si veste sempre di nero". 

Marta che lotta contro il potere dei pochi, contro i licenziamenti, per i diritti della  classe operaia, contro quel sistema dove il fratello Roberto, stava facendo carriera fino a diventare dirigente, uno di quegli uomini contro cui  Marta lotta. 
Marta non ha figli, non ha una famiglia ma è l'unica che sembra riuscire ad entrare in contatto con Sofia, Cognetti infatti ci dice parlando di Sofia che: "Marta era riuscita a fare breccia nella sua curiosità." 

In questo complesso affresco umano e sociale cresce  Sofia portando dentro la paura dell'abbandono e  di restare sola. Cresce in una stanza con due letti, "perché al momento di comprare i mobili i suoi genitori progettavano un secondo figlio".
Cresce con una madre "sofferente, una sonnanbula che vagava per casa cercando di cogliere un senso che le sfuggiva. Aveva quest'unico sollievo quotidiano: verso sera riempiva la vasca d'acqua calda, versava sali profumati e chiamava Sofia per il bagno. Lì dentro chiacchieravano lavandosi a vicenda i capelli e la, schiena. "



Il linguaggio e la costruzione della storia di Sofia sono affatto scontati.
Nel complesso ho apprezzato lo stile di Cognetti anche se dopo aver chiuso il libro non né sono rimasta particolarmente affezionata, del resto Sofia fa di tutto per non farsi amare.



Sopra i blog degli altri partecipanti alla rubrica, andate a dare uno sguardo.

La biblioteca del libraio
La lettrice sulle nuvole
Le mie ossessioni librose
Librintavola
Romance e altri rimedi
Tra le righe essenze di libri



lunedì 1 luglio 2019

Recensione: "Nel nostro fuoco" M. Chiulli

"Lei gli aveva detto che ogni cosa era possibile, che il dolore poteva anche diventare un bene, il preludio di una trasformazione, che il corpo serviva a proteggere il cuore, perché resisteva ai colpi e alla paura" 

Cosa ne penso:

Ringrazio il blog di Elena Giorgio  "la lettrice geniale", da cui traggo molti spunti di lettura, per avermi fatto conoscere questa autrice perché dopo aver letto la sua recensione ho messo il libro nella lista dei "da leggere" e dopo averlo letto ho inserito Maura Chiulli tra gli scrittori preferiti, tanto che ho già pronto un suo  secondo romanzo. 

"Nel nostro fuoco" è un libro che parla di dolore, di mancanze, di incapacità affettive, ma anche di riconciliazione con noi stessi, di accettazione e superamento del nostro passato, di possibilità. 
Tutto questo può avvenire solo attraverso una catarsi e l'elemento vivo che permette questa catarsi è il fuoco che diventa il protagonista insieme ad Elena e Tommaso, rendendo questo libro magico. 

La scrittura della Chiulli è viscerale, arriva direttamente alla pancia, alle emozioni. 
La scrittrice costruisce delle pagine dove non c'è mai una parola di troppo ed una di poco, fatta eccezione per le ultimissime pagine dove ho trovato troppo visionarie.



Tommaso ed Elena sono sposati e sono due personalità opposte. Ad unirli e dividerli una figlia, Nina, che sembra aver ereditato il peggio di ognuno di loro, che "non ha mai pianto, nemmeno una lacrima, nemmeno una smorfia, una possibilità...Era viva da qualche parte: nella culla, nel seggiolone, nel suo letto, ma poteva anche essere morta"
Nina richiede più amore e più impegno. Né è consapevole Elena che sa di essere una madre "ancora più necessaria e vitale di ogni altra madre". Tommaso invece rifiuta, a tratti nega l'esistenza di Nina e si comporta come i suoi genitori "incapace di offrirsi, di darsi, di mettere la sua vita al servizio di Nina... In breve diventò immobile come sua madre, un fantasma come suo padre" 

Durante la lettura ho vissuto in prima persona tutta la fatica emotiva di  un Tommaso  bambino che non ha voce "quindi non chiede, non soffre perché non grida".  
Un bambino che diventa un perfetto soldatino pronto a fare tutto quello che i suoi genitori gli chiedono, snaturando e tradendo la sua infanzia, la sua giovinezza, diventano adulto prima del tempo tanto da dire a sé stesso che è nato vecchio e tutto nella speranza  di guadagnare l'amore della madre, quell'amore che dovrebbe essere donato senza condizioni. 
Tommaso "continuò a cercare i corpi e le anime di quei due che lo avevano messo al mondo. Disperatamente, con convinzione, ogni giorno sognava di essere visto, autorizzato a vivere, consegnato alla libertà ed alla giustizia." 

Tommaso privato del tempo dei giochi cresce con una bestia interiore, un buco nero, un nodo irrisolto che lo portano ad una vita fatta di continue rese, senza provare neanche ad esserci, a vivere. 
Non prova a lottare contro quelle voci interiori che lo redarguiscono, lo boicottano, lo giudicano, non lo autorizzano mai a vivere, si arrende per l'appunto. 

Solo Elena riesce, per un po', a domare la bestia. 
Elena lotta per Tommaso e poi per Nina con pazienza, con tenacia, con il corpo, con solidità, sa comprendere, capire, perdonare, donare. Per lei "l'esistenza valeva la pena, aveva un peso specifico, una ragione solidissima." 
Solo lei, la donna drago, perché Elena è terrena, è viva, ha vissuto la catarsi sulla sua pelle, una catarsi emotiva e fisica attraverso il fuoco. Perché Elena è un mangiafuoco. 
Tommaso viene rapito da questa donna mangiafuoco durante uno dei suoi spettacoli.

Attraverso i due elementi terreni, il fuoco ed il corpo, custode, avviene la catarsi. 
Con il dolore fisico torniamo nella realtà, ci svegliamo dal torpore in cui cadiamo: "il dolore serviva solo a riportarla alla realtà. Era un bene che ogni tanto si facesse sentire" 

E secondo me  le pagine più originali sono proprio queste dove la Chiulli, mangiafuoco lei stessa, ci rende l'esperienza personale dell'incontro fuoco e carne che porta la trasformazione attraverso l'esperienza del sentire i nostri dolori.

A voi la scelta di scoprire e di vivere l'esperienza del fuoco catartico attraverso le splendide pagine della Chiulli. 

venerdì 28 giugno 2019

Rubrica "Ci provo con "leggo : Di Nessuno

Oggi partecipo per la prima volta alla rubrica "Ci provo con..." ideata da Chiara del blog "La lettrice sulle nuvole"  e sono felice ed emozionata. 
 Una rubrica a cadenza mensile in cui si legge un autore o un'autrice per la prima volta.




Per l'occasione ho scelto un libro di un'autrice che non conoscevo  e contemporaneamente mi sono cimentata con la lettura di un racconto perchè  io non  ne leggo quasi mai per il semplice preconcetto che secondo me non si può raccontare una bella storia, una storia compiuta  in poche  pagine. 
Ebbene la rubrica "Ci provo con..." Mi ha permesso di  cambiare idea perché questo racconto è ben costruito e nelle 140 pagine ci dice tutto quello che dobbiamo sapere su Elisa, la protagonista. 
È c'è un altro aspetto positivo: i racconti si leggono in un girar di pagina, un paio di giorni e la storia appartiene al lettore.

La trama qui




Cosa ne penso

Lo stile della Mangiapelo è diretto, chiaro, immediato, periodi corti che permettono un veloce susseguirsi degli eventi. 
Elisa ha una famiglia, un marito, due figli che ama e che probabilmente sono l'unico elemento che ogni tanto la portano a riflettere sulle sue azioni ma che non le impediscono di buttarsi in una relazione extraconiugale con Alessandro che fagociterà tutto il resto. 
Del passato di Elisa e di Alessandro ci vengono dati pochi flash, qualche ricordo che bastano a spiegare al lettore le basi da cui nascono le azioni distruttive di entrambi e soprattutto di Elisa.

In alcuni momenti ho avuto la voglia di entrare nelle scene per scuotere e far ragionare Elisa, mi ha fatto rabbia questo suo non voler vedere, anzi giustificare i comportamenti di Lorenzo ed anche se stessa .
In altri sono stata piacevolmente rapita dalla carica erotica degli incontri di Elisa e Alessandro anche questi ben descritti dalla Mangiapelo.
In mezzo a queste due opposte sensazioni mi sono chiesta: dove sta il limite, la linea di demarcazione che ci permette di non perdere la dignità e l'amore per noi stessi?
Elisa in alcuni, brevissimi istanti si rende conto di aver superato ampiamente quel limite ed afferma: "È tutto sbagliato".
Ma è un lampo, un batter d'ali a cui non rimane aggrappata e continua a cadere, giù nel bisogno di essere desiderata, voluta, nel bisogno distruttivo di "non fare la cosa giusta" mentre si ripete la frase che le dicevano da bambina: "Elisa fai la cosa giusta. Elisa fai la cosa giusta..."


Elisa non è di nessuno, come dice lei stessa:

"Questo è un anello. E gli anelli formano le catene. Ti senti ancora così libera?
Elisa l'aveva guardato, trovando nei suoi occhi la sfida e il desiderio di ferirla. Poi con un gesto veloce si era sfilata l'anello dal dito e se lo era messo in tasca. Gli aveva sorriso, mostrandogli la mano aperta, e gli aveva ripetuto:" Io non sono di nessuno".

Questo non vuol dire che sia libera, anzi tutt'altro. Scorrendo le pagine ci si rende conto che Elisa è schiava di se stessa. La sua catena è interiore e non basta togliersi un anello per cancellarla. La catena che la blocca sta nella deviazione affettiva che la rende dipendente, in questo caso di un uomo.
Ma attenzione non è un libro sul femminicidio, come si potrebbe pensare dalle premesse, come io stessa ho pensato ad un certo punto. Tutt'altro. 

Il racconto si chiude con un epilogo affatto scontato che mi ha lasciato una  sensazione di sconfitta ed un senso di ineluttabilità unito ad una malinconia latente. 
Un libro che mi ha fatto scendere nel mistero dell'animo umano, nell' incomprensione emotiva, nell'azione che è a volte negazione di se stessi, un libro che emozionandomi ho apprezzato. 

Ed ecco gli altri blog che partecipano alla rubrica andate a curiosare:

giovedì 13 giugno 2019

Letture: "Fedeltà" Missiroli Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Con lui aveva intuito che l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."





La frase che ho scelto per riassumero il libro è quella che di colpo ha spostato il mio punto di vista: Missiroli non ci parla solo della fedeltà nella coppia, come sarebbe facile pensare, ma anche e soprattutto della fedeltà o infedeltà verso noi stessi.  La fedeltà o infedeltà, sono le due facce della stessa medaglia con cui devono fare i conti i personaggi del romanzo,  scavando, ognuno a suo modo nelle intenzioni, nei desideri, nei pensieri, nelle contraddizioni delle loro vite.
La prima cosa che mi ha colpito  è la struttura del romanzo. Missiroli divide la storia, le 224 pagine, in due parti. Due parti divise da una pagina bianca e da  nove anni di differenza. Se all'inizio questa struttura mi ha un po' spaventato poi l'ho apprezzata. I personaggi raccontano ognuno il proprio mondo in una continuità di pensieri, azioni, sentimenti che si susseguono, si intersecano tra di loro come un reticolato di strade. Il presente ed il passato di Margherita e Carlo, di Andrea, di Anna, di Sofia si sovrappongono, si incontrano, si susseguono, impossibile dividere il flusso in capitoli.


Tutto prende avvio dal "malinteso" così viene chiamato l'evento che coinvolge Carlo scoperto al bagno dell'Università con un'alunna in atteggiamenti equivoci. Nel corso della storia questo malinteso diventerà "paturnia, sospetto, incomprensione". L' elemento costante che mi ha fatto riflettere durante tutto il romanzo è che nonostante gli eventi non viene mai messo in discussione l'amore che Carlo e Margherita provano l'uno per l'altra, la sintonia dei loro corpi che sanno viversi.

Margherita dice: "Del resto, cosa avrebbe tolto un corpo nuovo al suo matrimonio? Quanto detestava la psicologia da due soldi: riportare il tradimento all'infelicità." Carlo dice: "Margherita era la felicità, lui lo avvertiva con certezza. Ma ora avvertiva anche una zona Franca venuta a delimitarsi in modo insolito, capriccioso, inconfutabile... Si era domandato se il fattore scatenante fosse una stanchezza del suo matrimonio, era arrivato alla conclusione di volerla finire con questa storia della compensazione affettiva. "



 




Margherita è una donna che sa ben agire nel suo lavoro di agente  immobiliate, ma che spesso si ferma, prende il telefono e chiama Carlo per essere rassicurata, per essere guidata, come faceva il padre che la riportava sulla giusta rotta. Quando il treno della sua vita poteva deragliare il padre l'ammoniva dicendo:"fai lo scambio giusto per te." Anche se "lo scambio giusto per lei era sempre stata la direzione degli altri". Margherita comprende quanto un desiderio inappagato può rimanere nel presente costantemente e quanto invece il contrario porta sazietà, compiutezza: "l'infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa."

Carlo è il personaggio in cui ho trovato più contraddizioni. È capace di rassicurare ma non sa rassicurare se stesso, vive di lavori precari e fino alla fine sarà alla ricerca di una stabilità.  Carlo da la rotta a Margherita, ogni volta che lei né ha bisogna, ma non sa darsi una rotta. Di lui sappiamo che: "del futuro con Margherita non aveva mai dubitato" lei lo rende felice, ma scopre dentro di sé una zona dove il desiderio va oltre il matrimonio. Un uomo incompiuto  come lo definisce il padre: "un figlio con l'indole della rinuncia: il capitale ad alto rischio" che diventa ciò che vede il padre, perché spesso noi siamo il riflesso dei nostri genitori. 
Che vive godendo dell'immaginazione, "lui era questo, fermarsi l'attimo prima, questo godere delle immaginazione, lambire le rese dei conti e rifugiarsi subito nel focolare domestico."


Intorno a loro gli altri personaggi.  La mamma di Margherita, Anna, che ho amato, anche lei alle prese con interrogativi, desideri mancati ed appagati da altro, riflessioni sulla vita che è stata e su un matrimonio consumato, la figura con meno contraddizioni che in una delle tante riflesdioninafferma: "i matrimoni possono essere fastidiosi". 

Andrea, il fisioterapista,  che per me è stata la figura più inquietante, ma anche quella verso cui ho provato tanta tenerezza. 
Sofia, la giovane ragazza protagonista del "malinteso" con un trauma familiare, complessa e contraddittoria nella sua giovane età. 
Ed una casa, la Concordia, voluta, desiderata, comprata, uno spazio di 120 metri quadri che fa da sfondo e che diventa anch'essa, in qualche modo, protagonista.

Ho molto apprezzato il romanzo di Missiroli, sia per lo stile che per i temi che affronta, che inevitabilemte portano a porci domande.

Alla fine credo che le storie di Anna, Carlo, Margherita, Sofia sono un inno alle contraddizioni che ognuno di loro è ognuno di noi si porta dentro.



domenica 19 maggio 2019

Recensione: "Città irreale" Cristina Marconi - Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Tutto per colpa di quella Alina... All'inizio, ovviamente, era stato diffidente, non tanto perché fosse straniera, ma perché c'era in lei qualcosa che non capiva, come se fosse alle prese con un'avventura personale in cui loro erano solo personaggi secondari...
Macca, da scozzese, sapeva meglio dei suoi amici inglesi cosa significasse avere un'identità forte. Poteva abitare ovunque, ma per lui casa era sempre e solo il palazzo nero di famiglia nel centro di Edimburgo. Chissà dove la situava lei, casa sua."




Questa è Alina, la protagonista del sorprendente libro di  Cristina Marconi.
Alina si trasferisce a Londra molto giovane per liberarsi da un paese, l'Italia, che le sta stretto, per ribellarsi alla situazione tutta italiana dove "l'essere giovane, appariva più come una pena da scontare che come una condizione irripetibile da cui trarre tutto il possibile".

E da Londra, dove vive e lavora Alina  inizia la sua ricerca di identità. 
Alina è una donna dei nostri tempi che si interroga su quale sia il suo posto nel mondo, vuole appartenere a qualcosa ed invidia chi sa dove è casa perché lei questa senso di casa non riesce a trovarlo:"seguire alcuni miei vecchi amici o vecchi contatti che mi ero fatta per lavorare a Roma e sentirli raccontare della città con una normalità che invidiavo.... Quello era il loro posto, il teatro unico della loro vita, mentre io avevo rimescolato tutte le mie carte e ora non sapevo più cosa a cosa appartenere, a cosa essere leale. Li invidiavo, ma non sapevo imitarli"
Alina è italiana  ma rifiuta con forza e volontà la sua italianità.
Alina è  londinese ma a Londra  si sente comunque straniera.

Cristina Marconi con questo libro ci offre delle splendide pagine di riflessione. Pagine  cariche di temi  che non possono non portare il lettore a porsi delle domande.

Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno fatto innamorare di questo romanzo.
Il primo è la prosa ricca. In più occasioni l'autrice utilizza delle associazioni di immagini lontane dal concetto che vuole esprimere ma  che appena finite di leggere  calzano a pennello. Una per tutte quando descrive la bellezza mozzafiato della compagna di Alastir, il fratello del suo fidanzato Iain: "Avevo visto donne con più fascino, donne più appariscenti, volti più sorprendenti, ma non avevo mai visto nessuno di cui pensassi che anche solo un teschio, se ritrovato tra un milione di anni avrebbe rivelato senza margine di errore una bellezza fuori dal comune"

Il secondo elemento che ho apprezzato è stato l'utilizzo delle due tecniche di narrazione.
La narrazione in prima persona è riservata ai capitoli di Alina, la narrazione in terza persona invece riguarda Iain, il compagno inglese di Alina e gli altri personaggi. 
Non ho letto molti libri in cui sono presenti le due tecniche narrative e devo dire che l'autrice  con questa scelta  ha saputo creare nel lettore una linea immaginaria lasciando ad Alina il posto principale, la narrazione in prima persona permette di calarsi nel personaggio con maggiore facilità lasciando gli altri in secondo piano.

Invece ho fatto un pò di fatica a seguire l'arco temporale del romanzo che va dal 1999 al 2014. I capitoli si susseguono in archi temporali non necessariamente consequenziali, sopratutto all'inizio quando Alina e Iain ancora non si conoscono ed i loro due mondi sono divisi. 
Se da un lato questo fattore mi ha disorientato, dall'altro ha lasciato un mistero sul possibile finale perché andando avanti ed indietro negli anni non sono riuscita ad immaginare una conclusione  ed ho trovato questa condizione  stimolante.


           
La ricerca dell'identità di Alina viaggia nelle pagine attraverso le descrizione che fa della città in cui vive ed il ricordo di Roma.
"Se avevo lasciato Roma era solo per  amore della tentacolare Londra" 


Alina è sicuramente "innamorata" della logica londinese, un amore dettato dalla razionalità e dal rifiuto della decadenza italiana e romana. 
Londra è la città delle possibilità, dove tutto si semplifica, dove il lavoro scorre veloce e ad un licenziamento si sostituisce subito un nuovo impiego. 
Londra è la città delle regole non scritte, dell'individualità e di un ordine sociale totalmente diverse dal resto d'Europa e soprattutto diametralmente opposto all'Italia:  "Londra era diventata il grande specchio dentro cui l'Europa misurava i suoi fallimenti."
A Londra i giovani e non solo, possono pensare e creare il futuro invece di vivere nelle rovine del passato, perché Londra sa rinnovarsi e crescere. 

Ma Alina descrive anche una Londra fatta di case tutte uguali e di uomini e donne tutti uguali. Le persone che incontra tutti i giorni nella metro, l'andare e venire costante e sempre uguale crea "un tipo umano, non una persona singola, ripetuto all'infinito". 
Londra è fatta di chiacchiere allegre al pub dove non si parla male di qualcuno e non si fanno pettegolezzi ma quando e se accade l'importante è farlo con eleganza. In queste chiacchiere con poco colore Alina  vede delle prove di autorevolezza "erano spesso gli uomini a raccontare e le segretarie a ridere più forte, in una dinamica che pensavo estinta da tempo nei paesi del nord"

Alina si trasferisce a Londra per impararne la logica, la vita, le regole per diventare inglese "L'unica possibilità era trasferircisi, approfittarne per un periodo e decidere cosa fare una volta che, nella pulsante città si era imparato a fare come gli inglesi" 
Ma non riesce ad essere come gli inglesi, fluidi, in continuo movimento,  lei vuole lasciare il segno indelebile sulla città e può farlo solo cercando di non mollare mai la presa.  Per questo deve rimanere aggrappata, non sa fare altro perché se molla allora perderà tutto perché l'italianità che è in lei le dice che se mollerà non potrà ricostruire tutto mille volte.
Alina va  a Londra per imparare  il modo in cui gli inglesi sanno rinnovarsi e nello stesso  tempo non riesce a liberarsi dal senso di precarietà ed immobilità  tutto italiano.

E' la Roma della sua infanzia, quella in cui è cresciuta a lasciarle impresso come un tatuaggio  il senso di precarietà.

Roma è la città vista con gli occhi da bambina pieni di incanto ed amore ma è anche la città che ti toglie il futuro, che ti fa piangere per la miseria in cui è caduta. Roma è una trappola che rende le persone infelici  "che strappava loro proprio quella solennità e quell'umanità che mi incantava e nel cui culto era cresciuta." 
Roma tiene fermi i genitori ed il fratello di Alina, soprattutto quest'ultimo come tanti altri giovani,  con mille lavori precari per arrivare a fine mese.  
Roma "non si era saputa rinnovare e quindi non si era saputa conservare, ed era  rimasta così"
"Forse ci volevo tornare da straniera, senza responsabilità, senza dover fare la mia parte"


Alina nella sua scelta ragionata di lasciare Roma sceglie di fuggire  perché "non riuscivo a vederla  cadere, caduta". 
"Roma con i suoi androni umidi, quelle case tutte diverse, almeno per me, tutte piene di mistero, i suoi parchi un pò sporchi ma inarrivabili, la profonda umanità dei suoi abitanti, le battute fulminanti, lo spirito dissacrante, era stato un luogo amatissimo"
Sceglie Londra ma  in questa città non riesce ad amalgamarsi forse perché  non trova  quella che l'amica italiana definisce "la guazza italiana.... il modo assurdo di fare le cose che si ha qua"

E allora dove trovare la propria identità?  Qual'è la città irreale Roma, decaduta non al passo con i tempi, complessa o Londra regolata da una lucida razionalità , semplice, dove tutto è ordinato, incolore fino all'inverosimile?
Le risposte, al lettore attento,  arriveranno nelle ultime pagine attraverso un ricordo, un'immagine, un riflesso che l'autrice sa renderci in modo affatto scontato.