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domenica 26 maggio 2019

Recensione: "La straniera" Claudia Durastanti Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato...
Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o di solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c'è una frattura che non verrà mai riempita. L'unica cosa che fa il tempo è portare con sé polvere ed erbacce, in modo che quella crepa venga ricoperta fino a trasformasi in un paesaggio diverso, lontano, quasi fiabesco, in cui si parla un idioma che non conosci, più credibile come l'elfico.
Passeggi sulle rovine della tua famiglia e ti accorgi che alcune parole sono state cancellate, ma altre sono state salvate, alcune sono sparite mentre altre faranno sempre parte del tuo riverbero, e poi finalmente arrivi al margine di tuo padre e tua madre, dopo anni in cui hai creduto che morire o impazzire fosse l'unico modo per essere alla loro altezza. E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."







Ho scelto questo lungo estratto per sintetizzare l'essenza del libro:
"E lì capisci che tutto nel tuo sangue è un richiamo, e tu sei solo l'eco di una mitologia anteriore."
Claudia Durastanti in questo romanzo fa un profondo e personale lavoro di rilettura di se stessa e lo fa camminando  in mezzo alla polvere ed alle erbacce che il tempo costruisce sulla sua storia per ritornare mano mano alle origini, al padre ed alla madre e ritrovare  attraverso loro se stessa.


Trama:
La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato". Come si racconta una vita se non esplorandone i luoghi simbolici e geografici, ricostruendo una mappa di sé e del mondo vissuto? Tra la Basilicata e Brooklyn, da Roma a Londra, dall'infanzia al futuro, il nuovo libro dell'autrice di "Cleopatra va in prigione" è un'avventura che unisce vecchie e nuove migrazioni. Figlia di due genitori sordi che al senso di isolamento oppongono un rapporto passionale e iroso, emigrata in un paesino lucano da New York ancora bambina per farvi ritorno periodicamente, la protagonista della "Straniera" vive un'infanzia febbrile, fragile eppure capace, come una pianta ostinata, di generare radici ovunque. La bambina divenuta adulta non smette di disegnare ancora nuove rotte migratorie: per studio, per emancipazione, per irrimediabile amore. Per intenzione o per destino, perlustra la memoria e ne asseconda gli smottamenti e le oscurità
Non solo memoir, non solo romanzo, in questo libro dalla definizione mobile come un paesaggio e con un linguaggio così ampio da contenere la geografia e il tempo, Claudia Durastanti indaga il sentirsi sempre stranieri e ubiqui. "La straniera" è il racconto di un'educazione sentimentale contemporanea, disorientata da un passato magnetico e incontenibile, dalla cognizione della diversità fisica e di distinzioni sociali irriducibili, e dimostra che la storia di una famiglia, delle sue voci e delle sue traiettorie, è prima di tutto una storia del corpo e delle parole, in cui, a un certo punto, misurare la distanza da casa diventa impossibile.


Il libro inizia dalle origini, la scrittrice ci racconta del modo in cui i suoi genitori, entrambi sordi ognuno con la sua versione, si sono incontrati, parla della loro infanzia, dell'emigrazione in America, del  ritorno in Italia, del divorzio e poi ancora della sua di infanzia, quella della scrittrice, dell'adolescenza e via via fino ad arrivare ai giorni nostri.
Attraverso la disamina della vita della  famiglia la scrittrice ci mostra come ciò che siamo oggi non è  altro che "l'eco di una mitologia anteriore".

La scrittura scorre veloce. Brevi capitoli, in cui gli eventi, i sentimenti, i ricordi, le testimonianze, la ricostruzione delle figure colorite che hanno dato vita all'albero genealogico della Durastanti si alternano senza una logica per il lettore. L'unico filo guida è  il flusso interiore, l'eco che la Durastanti piega alla scrittura e viceversa.

Un flusso interiore segnato da un elemento costante e onnipresente nella vita della Durastanti: la disabilità dei genitori. 
"I disabili - qualsiasi parola per definirli è insufficiente, inadeguata - sono una maggioranza nascosta: nonostante le macchine e le protesi intente a provare che la morte non esiste, quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria. L'incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l'impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un'eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili prima o poi." 


Sin dalle prime pagine ho cercato di trovare delle risposte a due domande:  come due genitori sordi possono crescere i loro figli nati senza tale disabilità e come i figli possono assorbire ed a loro volta vivere la disabilità dei genitori? 

Se da un lato troviamo due genitori che  nella loro disabilità non si fanno tanti problemi  su come seguire i loro due figli  o meglio su come non seguirli, vivendo ognuno i personali eccessi ed anche i limiti dettati dalla sordità con un orgoglio che a volte cade nell'arroganza,   dall'altro c'è una Durastanti bambina che tornata nella scuola italiana - vive la prima infanzia a Brooklyn dove nasce - viene mortificata per la sua autosufficienza: "sapevo leggere spedita, ma ogni tanto  inserivo degli errori di pronuncia perché avevo intuito cosa mi sarebbe successo se non mi fossi sbagliata almeno un pò: già venivo da un'altra parte e non ne avevo diritto, andare anche bene a scuola sarebbe stato un affronto."  Così inizia a ignorare la scuola elementare a fare "cento assenze l'anno"  ma non viene punita con la bocciatura bensì compresa  perchè "ero la figlia della muta".
Ed ecco come la disabilità della madre, erroneamente definita muta quando è sorda "quelli della vecchia generazione la chiamavano "la muta" anche se parlava fin troppo e non era per niente timida" incide nella vita della scrittrice: la porta lontana dalla scuola nascondendosi nella soffita dove passa tutto il tempo a leggere mentre la madre le firma le giustificazioni, la immerge nella lettura,  le permette di non perdere un anno scolastico, la avvicina alle parole.

La disabilità incide nella vita del fratello che tornato in Italia trova un modo diverso di affrontare la loro spravvivenza.  Lui e la sorella  avrebbero dovuto essere bravi a scuola, andare a messa, essere rispettosi delle regole morali e civili, non fumare, come la madre, farsi vedere accanto a quest'ultima il meno possibile. Perchè come gli dice il fratello:  "Hanno già deciso cosa diventeremo: io un delinquente e tu una ragazza volgare, dobbiamo cambiare le cose."

La vita dei genitori incide su quella dei figli e se l'uno decide di prendere le distanze per riscattare se stesso, l'altra sceglie una via che a tratti imita gli eccessi della madre e del padre.
 Ma del resto chi non ha "una disabilità" nella propria famiglia.  La disabilità è il non amore, un'educazione improntata sul non esistere, non essere, una vita passata pensando di non avere diritto, le violenze, la rabbia.
Siamo tutti figli di una disabilità e ce la portiamo dentro, nel sangue, detta le nostre scelte ed i nostri schemi di vita. Siamo tutti l'eco di una mitologia anteriore, figli di un padre ed una madre in una colata lavica continua.

Non ho particolarmene amato questo libro, anzi, in alcuni  tratti ho avuto difficoltà a tenere insieme tutta questa colata lavica di vita, tutto, troppo insieme ciò non toglie  il riconoscimento del grande lavoro che ha fatto la scrittrice.
La forza ed il coraggio della Durastanti è stato non solo conoscere e prendere consapevolezza del suo vissuto ma anche offrire tutto questo al pubblico dei lettori.




domenica 19 maggio 2019

Recensione: "Città irreale" Cristina Marconi - Finalista alla LXXIII edizione del Premio Strega

"Tutto per colpa di quella Alina... All'inizio, ovviamente, era stato diffidente, non tanto perché fosse straniera, ma perché c'era in lei qualcosa che non capiva, come se fosse alle prese con un'avventura personale in cui loro erano solo personaggi secondari...
Macca, da scozzese, sapeva meglio dei suoi amici inglesi cosa significasse avere un'identità forte. Poteva abitare ovunque, ma per lui casa era sempre e solo il palazzo nero di famiglia nel centro di Edimburgo. Chissà dove la situava lei, casa sua."




Questa è Alina, la protagonista del sorprendente libro di  Cristina Marconi.
Alina si trasferisce a Londra molto giovane per liberarsi da un paese, l'Italia, che le sta stretto, per ribellarsi alla situazione tutta italiana dove "l'essere giovane, appariva più come una pena da scontare che come una condizione irripetibile da cui trarre tutto il possibile".

E da Londra, dove vive e lavora Alina  inizia la sua ricerca di identità. 
Alina è una donna dei nostri tempi che si interroga su quale sia il suo posto nel mondo, vuole appartenere a qualcosa ed invidia chi sa dove è casa perché lei questa senso di casa non riesce a trovarlo:"seguire alcuni miei vecchi amici o vecchi contatti che mi ero fatta per lavorare a Roma e sentirli raccontare della città con una normalità che invidiavo.... Quello era il loro posto, il teatro unico della loro vita, mentre io avevo rimescolato tutte le mie carte e ora non sapevo più cosa a cosa appartenere, a cosa essere leale. Li invidiavo, ma non sapevo imitarli"
Alina è italiana  ma rifiuta con forza e volontà la sua italianità.
Alina è  londinese ma a Londra  si sente comunque straniera.

Cristina Marconi con questo libro ci offre delle splendide pagine di riflessione. Pagine  cariche di temi  che non possono non portare il lettore a porsi delle domande.

Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno fatto innamorare di questo romanzo.
Il primo è la prosa ricca. In più occasioni l'autrice utilizza delle associazioni di immagini lontane dal concetto che vuole esprimere ma  che appena finite di leggere  calzano a pennello. Una per tutte quando descrive la bellezza mozzafiato della compagna di Alastir, il fratello del suo fidanzato Iain: "Avevo visto donne con più fascino, donne più appariscenti, volti più sorprendenti, ma non avevo mai visto nessuno di cui pensassi che anche solo un teschio, se ritrovato tra un milione di anni avrebbe rivelato senza margine di errore una bellezza fuori dal comune"

Il secondo elemento che ho apprezzato è stato l'utilizzo delle due tecniche di narrazione.
La narrazione in prima persona è riservata ai capitoli di Alina, la narrazione in terza persona invece riguarda Iain, il compagno inglese di Alina e gli altri personaggi. 
Non ho letto molti libri in cui sono presenti le due tecniche narrative e devo dire che l'autrice  con questa scelta  ha saputo creare nel lettore una linea immaginaria lasciando ad Alina il posto principale, la narrazione in prima persona permette di calarsi nel personaggio con maggiore facilità lasciando gli altri in secondo piano.

Invece ho fatto un pò di fatica a seguire l'arco temporale del romanzo che va dal 1999 al 2014. I capitoli si susseguono in archi temporali non necessariamente consequenziali, sopratutto all'inizio quando Alina e Iain ancora non si conoscono ed i loro due mondi sono divisi. 
Se da un lato questo fattore mi ha disorientato, dall'altro ha lasciato un mistero sul possibile finale perché andando avanti ed indietro negli anni non sono riuscita ad immaginare una conclusione  ed ho trovato questa condizione  stimolante.


           
La ricerca dell'identità di Alina viaggia nelle pagine attraverso le descrizione che fa della città in cui vive ed il ricordo di Roma.
"Se avevo lasciato Roma era solo per  amore della tentacolare Londra" 


Alina è sicuramente "innamorata" della logica londinese, un amore dettato dalla razionalità e dal rifiuto della decadenza italiana e romana. 
Londra è la città delle possibilità, dove tutto si semplifica, dove il lavoro scorre veloce e ad un licenziamento si sostituisce subito un nuovo impiego. 
Londra è la città delle regole non scritte, dell'individualità e di un ordine sociale totalmente diverse dal resto d'Europa e soprattutto diametralmente opposto all'Italia:  "Londra era diventata il grande specchio dentro cui l'Europa misurava i suoi fallimenti."
A Londra i giovani e non solo, possono pensare e creare il futuro invece di vivere nelle rovine del passato, perché Londra sa rinnovarsi e crescere. 

Ma Alina descrive anche una Londra fatta di case tutte uguali e di uomini e donne tutti uguali. Le persone che incontra tutti i giorni nella metro, l'andare e venire costante e sempre uguale crea "un tipo umano, non una persona singola, ripetuto all'infinito". 
Londra è fatta di chiacchiere allegre al pub dove non si parla male di qualcuno e non si fanno pettegolezzi ma quando e se accade l'importante è farlo con eleganza. In queste chiacchiere con poco colore Alina  vede delle prove di autorevolezza "erano spesso gli uomini a raccontare e le segretarie a ridere più forte, in una dinamica che pensavo estinta da tempo nei paesi del nord"

Alina si trasferisce a Londra per impararne la logica, la vita, le regole per diventare inglese "L'unica possibilità era trasferircisi, approfittarne per un periodo e decidere cosa fare una volta che, nella pulsante città si era imparato a fare come gli inglesi" 
Ma non riesce ad essere come gli inglesi, fluidi, in continuo movimento,  lei vuole lasciare il segno indelebile sulla città e può farlo solo cercando di non mollare mai la presa.  Per questo deve rimanere aggrappata, non sa fare altro perché se molla allora perderà tutto perché l'italianità che è in lei le dice che se mollerà non potrà ricostruire tutto mille volte.
Alina va  a Londra per imparare  il modo in cui gli inglesi sanno rinnovarsi e nello stesso  tempo non riesce a liberarsi dal senso di precarietà ed immobilità  tutto italiano.

E' la Roma della sua infanzia, quella in cui è cresciuta a lasciarle impresso come un tatuaggio  il senso di precarietà.

Roma è la città vista con gli occhi da bambina pieni di incanto ed amore ma è anche la città che ti toglie il futuro, che ti fa piangere per la miseria in cui è caduta. Roma è una trappola che rende le persone infelici  "che strappava loro proprio quella solennità e quell'umanità che mi incantava e nel cui culto era cresciuta." 
Roma tiene fermi i genitori ed il fratello di Alina, soprattutto quest'ultimo come tanti altri giovani,  con mille lavori precari per arrivare a fine mese.  
Roma "non si era saputa rinnovare e quindi non si era saputa conservare, ed era  rimasta così"
"Forse ci volevo tornare da straniera, senza responsabilità, senza dover fare la mia parte"


Alina nella sua scelta ragionata di lasciare Roma sceglie di fuggire  perché "non riuscivo a vederla  cadere, caduta". 
"Roma con i suoi androni umidi, quelle case tutte diverse, almeno per me, tutte piene di mistero, i suoi parchi un pò sporchi ma inarrivabili, la profonda umanità dei suoi abitanti, le battute fulminanti, lo spirito dissacrante, era stato un luogo amatissimo"
Sceglie Londra ma  in questa città non riesce ad amalgamarsi forse perché  non trova  quella che l'amica italiana definisce "la guazza italiana.... il modo assurdo di fare le cose che si ha qua"

E allora dove trovare la propria identità?  Qual'è la città irreale Roma, decaduta non al passo con i tempi, complessa o Londra regolata da una lucida razionalità , semplice, dove tutto è ordinato, incolore fino all'inverosimile?
Le risposte, al lettore attento,  arriveranno nelle ultime pagine attraverso un ricordo, un'immagine, un riflesso che l'autrice sa renderci in modo affatto scontato.


sabato 11 maggio 2019

Recensione: "Se I pesci guardassero le stelle" Luca Ammirati 👍

"Trovare qualcuno su internet, avendo a disposizione informazioni monche, non è facile come prenotare una stanza d'albergo, ordinare un capo d'abbigliamento o fare una ricarica, sai?"






Trama:
Samuele ha trent'anni, una gran voglia di essere felice e la fastidiosa sensazione di girare a vuoto, proprio come fa Galileo, l'amico "molto speciale" con il quale si confida ogni giorno. Sognatore nato, sfortunato in amore, vorrebbe diventare un creativo pubblicitario ma i suoi progetti vengono puntualmente bocciati. Così di giorno è un reporter precario e malpagato, mentre la sera soddisfa il proprio animo poetico facendo la guida al piccolo osservatorio astronomico di Perinaldo, sopra Sanremo: un luogo magico per guardare le stelle ed esprimere i desideri. Proprio lì, la notte di San Lorenzo incontra una misteriosa ragazza, che dice di chiamarsi Emma e di fare l'illustratrice di libri per bambini. Samuele ne rimane folgorato e la invita a cena, ma è notte fonda e commette il più imperdonabile degli errori: si addormenta. Quando si risveglia, Emma è scomparsa nel nulla. Ma come la trovi una persona di cui conosci soltanto il nome? Non sarà l'ennesimo sogno soltanto sfiorato? In un tempo in cui persino l'amore sembra un lusso che non possiamo permetterci, questo romanzo di Luca Ammirati ci ricorda che per realizzare i nostri desideri è necessaria un'ostinazione che somiglia molto alla follia. E che a volte bisogna desiderare l'impossibile, se vogliamo che l'impossibile accada


Ho iniziato questo libro con tanta attesa e aspettative, probabilmente troppe.
Né avevo letto bene in alcune recensioni nei blog di lettura, la trama mi aveva colpito ed incuriosito, ma purtroppo già dalle prime  pagine sono rimasta delusa.

Delusa dallo stile. La narrazione  in prima persona non è riuscita a coinvolgermi come invece dovrebbe fare.
Ho trovato una disarmonia tra i dialoghi e le parti descrittive. Lo scrittore non ha saputo alternare i due elementi diventando in alcuni passaggi troppo didascalico. Così nei dialoghi, molto presenti nel romanzo, vengono inserite delle frasi didascaliche per darci il quadro d'insieme della situazione, ma tutto rimane scollegato, senza poesia, non generando quella scintilla che scatta durante la lettura e che ci fa divorare le pagine una dopo l'altra.
Con questo libro non ho avuto nessuna empatia  e così non sono riuscita ad affezionarmi a nessun personaggio.
Anche quando vengono descritti gli stati d'animo di Samuele, le sue riflessioni,  tutto il mondo del non detto viene offerto al lettore in modo troppo diretto ed appunto didascalico, togliendo al lettore la possibilità di fantasticare e sognare.

L'altra nota che mi ha infastidito, non poco, è stata la descrizione del rapporto tra Samuele, ragazzo di oggi senza un lavoro fisso, con un animo  rivolto alle stelle, che è alla disperata ricerca di Emma e l'amica pasticcera Ilenia. 
Negli incontri tra Samuele ed Ilenia viene descritta sempre la stessa dinamica: Samuele sfoga la delusione, l'amarezza,  lo sconforto, la continua percezione del fallimento della sua  vita ed Ilenia è lì, pronta ad accogliere, sostenere, stimolare, coccolare l'amico donandogli dolci preparati con amore e usando parole sdolcinate. Il risultato è una ripetitività di frasi stucchevoli, leziose un cliché letto e riletto.  

Peccato  perché il tema centrale del romanzo era davvero interessante:
"Ti piace così tanto giocare a fare l'ultimo dei romantici, imprigionato in questa fredda società alienata in cui ci sono più fotocamere che abbracci?"

Ammirati parla di questo nel libro: la società moderna, la nostra società, concentra sugli obiettivi, sull'arrivo, sulla velocità, sul tutto e subito, sul consumare senza assaporare, sull'uso dei social, di internet che ci fa sentire connessi con tutto il mondo, mentre alla fine siamo soli.
E Samuele nella ricerca impossibile di questa ragazza, Emma, che non riesce a trovare neanche con l'aiuto di internet, dei social, tanto che ad un certo punto pensa di averla  sognata,  si sente frustrato. Non può avere Emma subito ed ora, la tecnologia non lo aiuta e  così inizia la riflessione su dove sta andando la sua vita e dove stiamo andando tutti. 
Siamo fermi in un punto ad osservare il mondo attraverso uno schermo senza sapere più alzare gli occhi al cielo, senza sognare, desiderare ardentemente.



Da queste riflessioni nascono i sette dialoghi con Leo, il pesce rosso, l'amico silenzioso, che altro non può fare se non osservare la vita attraverso la palla di vetro. Questi dialoghi sono la le parti  che più ho apprezzato.
"Sì, io ti invidio. Il tuo silenzio è più elegante delle nostre chiacchiere da bar che oggi sono diventati strepiti da social, un abbaio incessante che si perde nell'etere, provocando un distacco netto tra ciò che e reale e ciò che è virtuale, prigionieri di una gigantesca menzogna collettiva."

"Giriamo in tondo a vuoto, e se proviamo a fare un passo in più andiamo a sbattere contro lo stesso vetro. Sì, Leo, siamo come te, ficcati da qualcuno in una boccia trasparente senza averlo scelto."

Peccato perché un libro in cui si parla di recuperare il  romanticismo, i tempi lenti, i sogni,  non ha saputo farmi sognare. 


domenica 5 maggio 2019

Recensione: "Le ragazze con le calze grigie" R. Casagrande 👍👍👍👍

"Tutto era pieno di Egon, delle sue passioni, della sua fantasia che come un mostro fagocitava lo spazio per restituire la sua personale versione delle cose e del mondo."
 








Trama:
Vienna, 1918. Egon Schiele, il pittore più dissacrante e controverso di Vienna, si appresta a terminare la sua ultima opera, La famiglia. Sul quadro, di notevoli dimensioni, raffigurerà una piramide di corpi nudi, che culmina nel ritratto di se stesso. Ai suoi piedi una donna, tra le cui gambe è accovacciato un neonato. Soltanto Egon rivolge lo sguardo allo spettatore, avvicinando una mano al petto quasi a chiedergli di ascoltare la sua storia. La donna è Edith Harms, la giovane moglie che, nella stanza accanto, lotta tra la vita e la morte e che porta in grembo il figlio che forse non nascerà mai. Ma la stanza in cui Egon lavora, combattendo contro il tempo e un dolore antico, è piena di altri quadri, di bozzetti e appunti che raffigurano donne giovani e bellissime, i ricordi di una vita. Soltanto due di loro, però, lo hanno cambiato e amato al punto che ora quasi confonde il volto della donna che sta raffigurando: gli occhi buoni e ingenui di Edith, il sorriso malizioso e affascinante di Wally. Prende avvio da qui una storia travolgente, che attraversa le vite dei personaggi che hanno ruotato intorno alla figura di Schiele e che ne hanno ispirato l'opera.


La frase che ho scelto viene pronunciata da Edith, la futura moglie di Egon Schiele, quando entra per la prima volta nella casa atelier ed osserva lo spazio in cui vive e lavora il pittore. L'ingombrante  presenza di quest'ultimo nella vita di entrambe le donne, Edith la moglie, Wally la modella e amante di una vita,  emerge con forza in tutto il libro della Casagrande che è stato una bellissima lettura.
La narrazione è tutta al femminile: nella prima e più ampia parte, circa i 3/4 del libro la voce narrante è Wally (Walburga Neuzi) modella, amante di Egon Schiele ed anche curatrice di alcuni aspetti economici legati all'arte del maestro.
Nella seconda parte la voce narrante è Edith, la ragazza di buona famiglia che diventerà la moglie di Egon Schiele. 
Ad ognuna la parte della storia che la riguarda. 


Wally diventa, giovanissima, modella di Egon Schiele.
Questo evento sarà per lei da un lato una fortuna perché  le permetterà di guadagnare dei soldi con cui sfamare e migliorare le condizioni di miseria in cui vive la sua famiglia, composta dalla mamma, la nonna e le due sorelle; perché diventerà il personaggio più ritratto nelle opere di Schiele, la musa ispiratrice dei numerosi quadri, disegni del pittore; perché l'incontro  con il pittore la salva dalle mani di un vecchio borghese che approffita di lei in cambio del denaro.
Ma sarà anche la sua sfortuna perché Wally, nella sua breve vita, si dedicherà solo all'amore/passione per questo uomo, per il pittore.
Per Egon la giovane ragazza accetta tutto: dalle prime richieste di spogliarsi per posare nuda; al diventare pubblicamente la sua  amante in un periodo storico che era  ben lontano dall'accettare  la convivenza e facilmente etichettava le donne soprattutto se amanti; all'andirivieni di di modelle anche loro giovanissime, bambine, che vede passare; al sostegno e l'appoggio incondizionato dato al pittore durante le accuse di pedofilia;  fino ad accettare inizialmente il ruolo secondario che le viene dato quando Egon decide di conoscere e poi sposare Edith.

È la stessa Edith a descrivere Wally quando Egon organizzerà un'uscita a quattro con Edith, la sorella Adele e Wally. I quattro si recano al cinema e Wally assiste allo spettacolo seduta in seconda file rispetto agli altri tre partecipanti.
"Non mi dava l'impressione di chi accetta ogni cosa per debolezza, eppure era rimasta seduta dietro di noi, senza battere ciglia. E anche ora non protestavano e non dava, segni di insofferenza per l'intimità che all'improvviso univa Egon e Adele".  È ancora Edith di Wally:
"Sul serio viveva con il pittore, come fossero sposati? Aveva un bel coraggio. Coraggio, soprattutto, a stare con un uomo simile e a sopportare l'andirivieni di modelle, la sua arroganza, il suo narcisismo." 

Wally, la ragazza dai piedi  "troppo grandi per le gambe esili. E bitorzoluti" "Piedi da maschio" come li defisce Egon la prima volta che si vedono, comprende ben presto a quale schiavitù può portare la povertà. Una schiavitù che toglie la dignità, che non permette scelte libere, una schiavitù accettata silenziosamente dalla mamma di Wally che "vende" le proprie figlie, per sfamarsi e sopravvivere. E allora l'atelier di Egon diventa l'unico rifugio possibile quando Wally prende consapevolezza del destino della sorella minore, mandata dalla mamma a lavorare dallo stesso vecchio borghese pedofilo, dopo che Wally diventa a tempo pieno la "donna" di Egon:
"La rabbia divenne rancore. Il rancore, senso di colpa. E poi, sbiadì in un dolore silenzioso, che mi accompagnava qualsiasi cosa facessi, come il rumore del vento tra le foglie. Un dolore simile alla nostalgia e che forse non se ne sarebbe mai andato. Lascia la mia casa e l'atelier di Egon divenne il mio rifugio. Egon, la mia famiglia"

Vivrà per questo uomo una passione immensa e complice ma anche con una lucida e amara consapevolezza della sua posizione, con una una mitezza d'animo che la portano ad affermare proprio nelle ultime pagine a lei dedicate: 
"Amavo Egon? Forse. Oppure no. Sapevo soltanto che non avrei voluto una vita diversa. Sarei riuscita a stare senza di lui? Sì: dura e fiera come tutte le donne Neutzil. Ma con lui il mondo era infinitamente meglio".
E ancora: 
"Edith l'amore è un sentimento molto più crudele. E' un mostro che ti consuma nel dubbio e nel desiderio. Ha zanne e artigli. Non c'entra nulla con quelle storielle! Non ha a che fare con donne che svengono e sospiri, baci.... L'amore sei tu che ricomponi  la tua immagine davanti ad uno specchio rotto in mille pezzi".
Consapevole che Egon non la sposerà mai, pur condividendo la stessa forte passione a lei riserverà sempre il solo posto  di amante.
Ed è questo posto che rifiuterà quando Egon le farà una  proposta, l'ultima, come racconta Edith: 
"Wally non accettò. Il suo mondo era Egon e nessuna parentesi le sarebbe mai bastata per consolare il suo orgoglio. E l'amore che provava."

  





Le pagine dedicate ad Edith sono nettamente inferiori. La sua storia inizia a pagina 145 su un totale di 192 pagine emi sono chiesta in che modo l'autrice avrebbe dato il giusto spazio alla moglie di Egon utilizzando meno di 50 pagina.  La risposta è arrivata leggendo. 

Edith è ad una distanza siderale da Wally e nello stesso tempo le due donne sono vicinissime. Entrambe subiscono il fascino ed il potere che Egon ha su di loro. Entrambe ne comprendono l'abisso e ne rimangono folgorante, avviluppate, inghiottite.
Ma Edith è l'unica che scalza Wally sposando Egon ed è l'unica che riesce a dare il giusto valore a Wally nelle descrizioni che ne fa.
Inizialmente incuriosita dall'affinità, dall'elettricità che scaturisce dall'incontro tra Egon e Wally:
"L'elettricità che vibrava fa i loro corpi mi diede una lieve vertigine. Erano belli insieme". Ad un certo punto decide di accettare le attenzioni di Egon nonostante le diversità:
"Egon era diverso da me in tutto in ogni sua strampalata idea, visione del mondo interpretazione e congettura. Era ecogentrico e arrogante, superbo. Un vulcano, un bambino. Un poeta. Un ribelle, un'anima tormentata un corpo che non conosceva quiete e mani che non smettevano mai di lavorare, occhi di osservare"
Se ne innamora e chiede chiarezza nel loro rapporto in una lettera:
"Ti amo, ma non credere che io sia cieca o che sia la mia gelosia a pretendere che tu faccia un passo indietro con Wally. No, tutto ciò che voglio è chiarezza"
Ed i due si sposano con non poche  perplessità di Edith che dopo il matrimonio dirà:
"Non ero bella né affascinante o conturbante, né libera come una delle sue modelle. Non ero più nemmeno tanto giovane. Secondo te perchè mi ha scelto?" 
Edith ha qualcosa che Egon cerca: la placidità.  Ha  "un viso molto particolare e uno sguardo sereno, quasi non conosceste problemi né preoccupazioni, un cielo spianato". Questo le dice il pittore in uno dei primi incontri. E' la "roccia sicura su cui scivola via la pioggia. Noi ci saremo sempre perché la nostre radici sono forti abbastanza" 
Egon trova in lei il porto sicuro verso cui approdare e quietare lo spirito tormentato, passionale.

Romina Casagrande con uno stile impeccabile, pulito, chiaro, rapisce il lettore con un libro tutto al femminile.
Due donne, diverse unite da una stessa passione quella per Egon Schiele l'artista, il pittore, il poeta, come venne definito  il "pornografo" di Vienna, a cui tutto fu concesso. 
Egocentrico, eccentrico, arrogante,  che in nome e per la sua arte giustificò ogni azione:
"Questa è arte!... E non può esistere immoralità nell'arte. L'arte è sempre sacra, anche quando ha come soggetto i peggiori eccessi del desiderio. Diventa una porcheria solo tramite l'osservatore, se costui è un porco."



Ringrazio pubblicamente il blog di Azzurra che con le sue recensioni  sa darmi sempre una visione chiara dei libri permettendomi di indirizzare meglio le scelte di lettura. Il libro della Casagrande è entrato nella lista dei miei libri da leggere grazie alla sua recensione che trovate qui.